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POLITICA
STRAORDINARI IMPOSSIBILI - LO SDEGNO DEL COISP
27 agosto 2009

Siamo alle solite………… anche oggi 27 agosto 2009, gli straordinari che già ci dovevano essere liquidati diversi giorni fa, non saranno pagati ai poliziotti.

Questa volta il mancato pagamento è da attribuirsi al non riuscito ritiro degli assegni per problemi tecnici della BNL, almeno questo è quello che ci è stato comunicato.

Di certo anche questa volta, come le volte precedenti, quelli che devono aspettare, quelli che devono avere pazienza, quelli che devono saper capire i mille cavilli burocratici per cui i soldi che ci spettano ritardano sempre ad arrivare siamo sempre e solo noi.!!!!!!!

Noi quelli che spesso e sovente lavoriamo anche al di fuori delle regole contrattuali, Noi quelli che ogni giorno sappiamo inventarci il modo per arrivare a fine turno, Noi quelli che nei giorni scorsi, abbiamo dovuto vigilare in giardino un arrestato che non ha trovato posto in carcere, Noi e solo noi quelli che nei prossimi giorni si dovranno sorbire estenuanti turni di lavoro al Lido per garantire la piena efficienza dei servizi per la riuscita della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e bla bla bla…………

Ogni mese dobbiamo fare gli scongiuri per prendere i nostri soldi, soldi che ci spettano di diritto……. ma oggi parlare di diritti è sconsolante e demotivante, visto che basta un cavillo come il mancato ritiro degli assegni per non farci percepire quello che ci spetta.

Ebbene siamo sempre più stufi e incazzati, non vogliamo più tollerare o accettare che la nostra buona volontà sia violentata da questa o quella difficoltà.

Noi vogliamo i nostri soldi ………………………….

Chiederemo immediatamente al Signor Questore un incontro urgente.

Da quel tavolo non ci alzeremo senza avere trovato le soluzioni affinché nessuno di noi debba più subire questa vergognosa violazione.

Questo è l’impegno formale che la Segreteria Provinciale Co.I.S.P. di Venezia prende con tutti VOI.

Buon sindacato a tutti.

 

Venezia 27 agosto 2009 

          

                                      LA SEGRETERIA PROVINCIALE Co.I.S.P. DI VENEZIA

 




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POLITICA
Rispondo ai commenti su Stampa di regime
21 agosto 2009

Vinceremo 2010, questo è il tuo Nick, innazitutto  io non sono ne di destra ne di sinistra, ritengo che il tuo commento sia fuori tema, la mia critica a Facci non è sui toni ma sui contenuti.

L'aricolo di Facci non specifica mai quali siano le calunnie che Di Pietro e De Magistris avrebbero divulgato, si limita a rimanere nel vago.

Basta una piccola indagine per capire che quello che hanno detto è tutto vero e che quindi non hanno calunniato nessuno. 

Per quanto riguarda gli attacchi di Repubblica ed Espresso nei confornti di berlusconi, puoi dire che questi giornali hanno detto il falso nei suoi confornti?

Se ciò che hanno detto è vero fanno benissimo ad essere duri, una persona cosi non è affidabile e non può guidare il Paese.

 




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POLITICA
Legge 28 maggio 2007, n. 68
5 luglio 2009

Immigrazione e Asilo

Legge 28 maggio 2007, n. 68

Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite, affari, turismo e studio 
(pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n.126, del 1 giugno 2007)

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Promulga
la seguente legge:

Art. 1.
Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite,
affari, turismo e studio

1. Ai sensi dell'articolo 4, comma 4, e dell'articolo 5, comma 3, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, per l'ingresso in Italia per visite, affari, turismo e studio non è richiesto il permesso di soggiorno qualora la durata del soggiorno stesso sia non superiore a tre mesi. In tali casi si applicano le disposizioni di cui all'articolo 4, comma 2, del medesimo testo unico e il termine di durata per cui è consentito il soggiorno è quello indicato nel visto di ingresso, se richiesto.

2. Al momento dell'ingresso o, in caso di provenienza da Paesi dell'area Schengen, entro otto giorni dall'ingresso, lo straniero dichiara la sua presenza, rispettivamente all'autorità di frontiera o al questore della provincia in cui si trova, secondo le modalità stabilite con decreto del Ministro dell'interno.

3. In caso di inosservanza degli obblighi di cui al comma 2, salvo che il ritardo sia dipeso da forza maggiore, lo straniero è espulso ai sensi dell'articolo 13 del citato testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni. La medesima sanzione si applica qualora lo straniero, avendo presentato la dichiarazione di cui al comma 2, si sia trattenuto nel territorio dello Stato oltre i tre mesi o il minore termine stabilito nel visto di ingresso.

Art. 2.
Entrata in vigore

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. è fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.


Data a Roma, addì 28 maggio 2007

NAPOLITANO
Prodi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Visto, il Guardasigilli:
Mastella


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permalink | inviato da SimoneS il 5/7/2009 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sig. Uva
15 maggio 2009
 il Signor Uva lavorava quale consulente della M & P Risk Agency (società operante nel settore della sicurezza che forniva alle aziende sanitarie una consulenza indirizzata alla messa a norma secondo le disposizioni in materia di tutela dei dati personali) e, quale titolare della Global Brain sas si occupava della formazione del personale con specifico riferimento al settore sanitario



permalink | inviato da SimoneS il 15/5/2009 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sig. Della Negra
15 maggio 2009
 il Signor Della Negra è sostanzialmente un pubblicitario, dapprima alle dipendenze di una multinazionale del settore e successivamente fondatore di una società avente ad oggetto sociale lo svolgimento di attività di pubblicità e marketing nel settore sanitario;



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Rinviata la decisione su Apicella
11 gennaio 2009
 
ANSA   2009-01-10 21:27
Il 17 Csm su trasferimenti Alfano
Consiglio si riserva su sanzioni ex procuratore Vibo
(ANSA) - ROMA, 10 GEN - Sabato 17 gennaio il Csm decidera' la posizione di Apicella e il pacchetto di trasferimenti chiesti ieri dal Guardasigilli per 7 magistrati. Per Apicella, il Csm unifichera' il procedimento sul trasferimento in via d'urgenza e la sospensione dallo stipendio e dalle funzioni. Il Csm si e' riservato sulle sanzioni per l'ex capo della procura di Vibo Valentia, Alfredo Laudonio, sul caso di Federica Monteleone, la 16enne morta una settimana dopo l'intervento di appendicite.

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permalink | inviato da SimoneS il 11/1/2009 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
Memoria difensiva De Magistris
10 gennaio 2009

 On. Sezione Disciplinare
Consiglio Superiore della Magistratura
ROMA



Oggetto: Proc. Nr. 94/2007 R.G..

Memoria difensiva

Con questa memoria – unitamente alla discussione del mio difensore – intendo dimostrare l’assoluta infondatezza delle incolpazioni contestatemi dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione.

La totale inconsistenza degli addebiti, a me “notificati”, in violazione del segreto d’ufficio, attraverso i mass-media e la stampa locale e nazionale – violazione dei doveri di segreto e riservatezza che ha caratterizzato diversi passaggi delle procedure pendenti innanzi al Ministero della Giustizia, la Procura Generale della Corte di Cassazione ed il CSM –, prima ancora che potessi avere cognizione ufficiale degli atti, non potrà che essere dimostrata in questa sede di merito.

Da un’analisi approfondita ed analitica delle vicende – senza fermarsi alla superficie delle “cose” e tenendo nel dovuto conto del contesto in cui ho operato e dell’immane lavoro da me svolto (come si può evidenziare anche solo da una approssimativa rassegna stampa) – non potrà che essere acclarata e dimostrata, da un Organo effettivamente imparziale, la correttezza del mio operato e la mia serietà e dignità professionale.

Ho sempre operato con amore profondo per questo mestiere, con passione, con abnegazione e dedizione senza limiti, scarificando affetti e vita personale, decidendo di lavorare in Calabria, terra in cui vi è una forte e radicata sete di giustizia, nell’esclusivo interesse dello Stato e della funzione che degnamente cerco di rappresentare.

Ho evidenziato, in particolare innanzi alla Procura della Repubblica di Salerno, Ufficio innanzi al quale ho effettuato numerosi verbali, tutti quegli elementi da cui si evincono anomalie, illegittimità ed illegalità che hanno contraddistinto alcune delle attività svolte nei miei confronti all’evidente fine di danneggiarmi, ostacolarmi ed impedire che potessi condurre a termine il mio lavoro, nonché a favorire condotte di indagati in procedimenti a me assegnati, da ultimo anche alcune “pilotate campagne mediatiche” finalizzate a screditarmi e “dipingermi” anche quale soggetto sovversivo delle istituzioni democratiche di questo Paese.

Sono convinto, come più volte segnalato sia all’Ispettorato che alla Procura Generale della Corte di Cassazione, che le contestazioni disciplinari siano strettamente connesse all’accertamento dei fatti in sede penale e non ritengo che si possano definire le mie vicende disciplinari senza avere compiuta contezza delle verifiche scrupolose e delicate in corso in sede penale.

Ritengo, pertanto, che qualora codesta Sezione Disciplinare non intenda attendere l’esito delle indagini preliminari pendenti presso la Procura della Repubblica di Salerno, proceda, quanto meno, all’audizione dei magistrati che si occupano delle vicende in cui risulto indagato o esponente o persona danneggiata o persona offesa per avere un quadro quanto più completo della situazione anche con riferimento alle infondate incolpazioni. Qualora nemmeno si ritenga di procedere a quanto da me richiesto, si acquisiscano, almeno, le trascrizioni delle audizioni dei magistrati della Procura della Repubblica di Salerno che si terranno – da quanto appreso dalla stampa – in data 9 gennaio innanzi alla 1^ Commissione con riguardo alla pratica pendente nei miei confronti (del resto, atti di tale Commissione sono già confluiti nel procedimento disciplinare di cui all’oggetto).

Con riferimento alle imputazioni di cui all’atto di incolpazione di codesta Sezione del 14.12.2007 segnalo quanto segue.

In ordine alla contestazione di cui al capo A) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Con la nota di trasmissione del 30.3.2007 indirizzata al Procuratore della Repubblica di Salerno con la quale inviavo il procedimento penale nr. 1217/2005 indicavo le ragioni per le quali ritenevo doveroso che l’incarto fosse immediatamente messo nella disponibilità dell’autorità giudiziaria competente ai sensi dell’art. 11 c.p.p.. Successivamente, sentito dal Procuratore della Repubblica di Salerno, quale esponente, ho rappresentato, nei dettagli, ulteriori ragioni che consigliavano, forse addirittura imponevano, di non consentire al Procuratore della Repubblica ed al Procuratore Aggiunto – entrambi co-assegnatari del fascicolo – di entrare nella disponibilità materiale dello stesso. Ho evidenziato anche le ragioni che ancora oggi fanno ritenere i motivi di connessione tra fatti oggetto di indagini pendenti presso la Procura della Repubblica di Salerno e fatti oggetto di investigazioni pendenti presso la Procura della Repubblica di Catanzaro. Ritenevo e ritengo il provvedimento del Procuratore della Repubblica dr. Lombardi illegale e volevo evitare che egli reiterasse la condotta – anche vanificando le indagini in pieno svolgimento - in particolare venendo a conoscenza del contenuto di atti che riguardavano lui direttamente, oppure il figlio della moglie, e lo stesso indagato Avv. Pittelli, nei confronti del quale era emerso, in particolare, la condotta, che ritengo penalmente rilevante, circa la “fuga di notizie” del maggio 2005 che ha compromesso in modo molto serio l’esito delle perquisizioni.

Da quanto segnalato alla Procura della Repubblica di Salerno – circa il coinvolgimento in fatti penalmente rilevanti del Procuratore della Repubblica dr. Lombardi e del Procuratore Aggiunto dr. Murone, entrambi coassegnatari del procedimento Poseidone - codesta Sezione non potrà che prendere atto che, in quel contesto di gravi collusioni, che ha visto poi protagonista anche il dr. Dolcino Favi, la scelta di investire il Procuratore della Repubblica di Salerno era atto, se non obbligato, decisamente opportuno.

Credo che non posso essere sanzionato con riferimento a tale capo se prima, almeno, non si acquisiscano adeguate informazioni dalla Procura della Repubblica di Salerno circa gli accertamenti eseguiti a seguito delle mie dichiarazioni.


In ordine alla contestazione di cui al capo B) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Si tratta di decreto di perquisizione particolarmente motivato in cui tutti gli elementi ivi indicati rappresentavano i fatti allo stato da contestare agli indagati, nonché le fonti di prova poste alla base del provvedimento emesso. Decisi di effettuare una discovery ampia per consentire agli indagati di conoscere subito le contestazioni e le fonti di prova, per garantire loro di potersi difendere immediatamente in modo compiuto, così come rappresentai allo stesso Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Potenza al momento dell’esecuzione dell’atto da me curato personalmente unitamente alla polizia giudiziaria. Ricordo perfettamente che rappresentai al dr. Tufano le ragioni dell’articolata motivazione sostenendo che si trattava degli elementi fino ad allora raccolti e che mi sembrava corretto consentire alle persone coinvolte, tenuto anche conto del ruolo istituzionale ricoperto, di difendersi punto per punto.

Nella mia esperienza professionale, non più breve, pensavo bisognasse eventualmente difendersi da addebiti con riferimento a provvedimenti privi di motivazione e non certo per atti con motivazioni troppo articolate. Certo ogni scelta è opinabile, criticabile, impugnabile nelle sedi giurisdizionali, forse in questo caso vi è stato uno zelo per esigenze di garanzie, ma non credo certo si tratti di un provvedimento abnorme.

Non mi risulta, contrariamente a quanto sostenuto dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione nell’atto di incolpazione, che il decreto di perquisizione nei confronti del dr. Tufano sia stato annullato dal Tribunale del Riesame (ricordo solo a me stesso, comunque, che le perquisizioni non si annullano, semmai i sequestri effettuati a seguito delle perquisizioni: probabilmente si tratta di meri refusi in cui si sono imbattuti sia il Ministro della Giustizia che il Procuratore Generale della Corte di Cassazione).

Non è vero che non vi sia adeguata motivazione sulla pertinenza così come indicato nelle imputazioni formulate dall’Ispettorato del Ministero della Giustizia. Un’attenta e non superficiale lettura dell’atto fa evidenziare l’esatto contrario, si tratta di provvedimento motivato anche con riguardo alla pertinenzialità della motivazione e delle cose da ricercare. Sul punto è sufficiente ricordare, a mero titolo esemplificativo, a dimostrazione della correttezza dell’operato dell’Ufficio, che nel verbale analitico di sequestro espletato all’esito della perquisizione al dr. Tufano, alla sua costante presenza, sono stati indicati gli atti acquisiti con riferimento al decreto di perquisizione e nessuna obiezione è stata sostanzialmente evidenziata con riferimento alla pertinenza del materiale appreso. E’ sufficiente leggere il verbale di perquisizione e sequestro per rendersi conto del modo con cui hanno operato il PM e la Polizia Giudiziaria.

Con riferimento all’annullamento del Tribunale del Riesame si evidenzia che solo un indagato – l’Avv. Labriola – ha presentato istanza di riesame e che, quindi, gli altri indagati hanno ritenuto di prestare acquiescenza al provvedimento e non sottolineare alcuna censura nella fase incidentale del procedimento penale. Non posso che rilevare che è nell’essenza stessa della “vita” del procedimento penale che un provvedimento possa essere annullato, confermato o riformato. Potrei dire che spesso la Corte di Cassazione ha accolto miei ricorsi contro decisioni del Tribunale del Riesame di Catanzaro (da ultimo il mio ricorso, proprio nel procedimento penale cd. toghe lucane, contro l’annullamento da parte del Tribunale del Riesame dei sequestri successivi alle perquisizioni, nei confronti degli indagati dr.ssa Genovese e dott. Cannizzaro), così come altre volte la stessa Suprema Corte ha respinto miei ricorsi: mi sembra assolutamente ovvio tutto questo.

Non corrisponde al vero la circostanza che vengono richiamati procedimenti penali sforniti di qualsivoglia attinenza ai reati ipotizzati (ogni elemento indicato nel decreto aveva ed ha una valenza indiziaria, salvo che gli organi disciplinari non vogliano sostituirsi al giudice naturale per legge, peraltro ad indagini in pieno svolgimento) e quindi, di conseguenza, alcuna illegittima diffusione di atti d’indagine vi è stata.

Non vi è stata violazione del diritto alla riservatezza in quanto quest’Ufficio ha ritenuto di inserire le dichiarazioni di Magistrati del distretto della Corte d’Appello di Potenza che hanno fatto propalazioni che, a loro dire, anche con riferimento alla indicata relazione extraconiugale, servivano a comprendere compiutamente la ricostruzione dei fatti-reato per cui si procedeva e l’andamento di alcuni processi. Non è questo il caso di pubblicazioni, ad esempio, di stralci di intercettazioni dal contenuto privato e personale che non sono di alcun rilievo penale, si tratta, invece, di dichiarazioni di un magistrato del Tribunale di Potenza che sono state da lui rilasciate, con assunzione di responsabilità, con riferimento a condotte criminali che quest’Ufficio stava ricostruendo, con particolare riguardo a rapporti tra magistrati ed esiti di processi penali.


In ordine alla contestazione di cui al capo C) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Non corrisponde al vero la circostanza di non avere informato il Procuratore della Repubblica, al quale riferii, invece, che mi sarei recato in Potenza ad espletare le perquisizioni ed al quale feci anche avere copia del decreto di perquisizione. Dissi al Procuratore che non ritenevo necessaria la sua firma in quanto il fascicolo, come d’intesa, era sempre seguito direttamente da me personalmente e, quindi, entrambi concordavamo sulla necessità che lo tenessi informato degli atti più delicati e che egli intervenisse, formalmente, solo ove necessario. Non ha mai manifestato obiezioni rispetto al mio operato.


In ordine alla contestazione di cui al capo D) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Devo rilevare che la contestazione non corrisponde a verità. Informai il Procuratore della Repubblica non solo del decreto di sequestro di urgenza che egli firmò, ma anche delle perquisizioni che sarebbero state svolte e gli dissi che mi sarei recato personalmente in Basilicata per l’esecuzione. Mi fece anche i complimenti per come avevo redatto gli atti e mi disse che apprezzava molto la circostanza che mi sarei recato personalmente ad espletare la perquisizione al Procuratore della Repubblica di Potenza dr. Galante. Dissi anche al Procuratore che dal momento che seguivo direttamente le indagini avevo ritenuto non necessaria la sua firma in calce ai decreti di perquisizione ed egli mi disse che condivideva tale mia decisione e che era sufficiente che lo avessi informato.

Il Procuratore della Repubblica fu informato anche del fatto che avrei proceduto all’interrogatorio della dr.ssa Genovese che, poi, espletammo anche insieme. Parimenti il Procuratore della Repubblica è stato informato di tutti gli atti aventi ad oggetto la dr.ssa Genovese ed il dott. Cannizzaro.

Del resto non posso che prendere atto che, recentemente, gli organi di stampa hanno riportato una sua dichiarazione – mai smentita – che egli non era stato informato dell’iscrizione del Presidente del Consiglio dei Ministri Prof. On. Romano Prodi nel registro degli indagati, quando invece vi è la sua firma in calce. Bisognerebbe capire a questo punto e la fase del merito serve anche a questo perché si vuol far credere che io non abbia informato il Procuratore della Repubblica.

Con riferimento al punto 2 evidenzio, altresì, che la Corte di Cassazione ha annullato le ordinanze del Tribunale del Riesame di Catanzaro emesse nei confronti degli indagati dr.ssa Genovese e dott. Cannizzaro e “puntualmente” utilizzate a fondamento delle incolpazioni formulate nei miei confronti.


In ordine alla contestazione di cui al capo E) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Nell’ambito del procedimento penale nr. 2350/2003 R.G.N.R. avevo depositato nel 2005 una richiesta di misura cautelare nei confronti di decine di indagati per reati molto gravi (in particolare associazione per delinquere, traffico di droga, riciclaggio di autovetture, ed altro). Il Gip al luglio del 2006 non aveva in alcun modo evaso la richiesta ed anzi per un certo periodo il fascicolo non ha avuto nemmeno un giudice titolare del procedimento; sul punto vi è stato anche un carteggio tra la Procura ed il Tribunale, tenuto conto della gravità dei fatti contestati e della pericolosità sociale dei soggetti indagati. Addirittura risulta, da quanto segnalatomi dalla polizia giudiziaria, che ad un certo punto presso quell’Ufficio non trovavano nemmeno più i numerosi faldoni costituenti il procedimento penale. Ricordo che dopo molti mesi dal deposito della richiesta di misura cautelare, nel giugno del 2006, la polizia giudiziaria mi prospettò forte preoccupazione con riferimento alla mancata pronuncia del giudice per le indagini preliminari, tenuto conto che persone pericolose rimanevano in libertà e continuavano a reiterare condotte criminose gravi. La Squadra Mobile della Questura di Catanzaro mi depositò un’informativa suppletiva, nel maggio del 2006, in cui si evidenziava l’attualità della pericolosità di soggetti per i quali vi era stata richiesta custodiale, il pericolo di reiterazione delle condotte criminose ed anche il pericolo di fuga: mi prospettarono, ad esempio, che addirittura una delle persone per le quali avevo richiesto la custodia cautelare in carcere si era, nelle more della decisione del giudice, reso autore di un gravissimo tentato omicidio. Decisi, quindi, unitamente alla polizia giudiziaria, di procedere al fermo. Il provvedimento fu eseguito in tutto il territorio nazionale e riguardava circa 80 persone. Nel circondario di Catanzaro furono eseguiti oltre 20 provvedimenti restrittivi. Nel rispetto delle 48 ore previste per la richiesta di convalida del provvedimento chiesi al GIP di emettere la misura cautelare. Per mero errore materiale, probabilmente per l’immane lavoro che pende presso il mio Ufficio, non certo per superficialità, ho dimenticato di indicare la dicitura “richiede la convalida” indicando solo che si chiedeva la misura cautelare (ma dal corpo della motivazione era evidente la natura dell’atto emesso). Che si tratti di errore meramente materiale è evidente, come l’Ufficio prospettò in una nota inviata al GIP alle ore 11.30 del 14.7.2006. Del resto non poteva che essere una richiesta di convalida del fermo del PM, in quanto la richiesta di misura cautelare già giaceva da tempo al Gip ed entro le 48 ore il PM – la stessa persona fisica, tra l’altro, che ha emesso il fermo – non poteva che con quell’atto chiedere la convalida. La logica e il buon senso, prima ancora che il diritto lo dimostrano. Che senso aveva non chiedere la convalida nelle 48 ore ma solo la misura che già era stata richiesta? Il Gip ritenne di far caducare il provvedimento, in quanto la Procura non aveva chiesto, tempestivamente, la convalida. Fu emesso dalla Procura della Repubblica – con provvedimento ovviamente anche a firma del Procuratore della Repubblica - un nuovo provvedimento di fermo per evitare che, a causa di un “cavillo”, potessero acquistare la libertà persone indagate per fatti gravi. Fu, quindi, richiesta, la convalida e l’applicazione della misura cautelare ed il GIP del Tribunale di Catanzaro, nel merito, non accolse la richiesta di applicazione della misura, se non per pochi indagati. E’ da dire, a questo punto, che numerosi altri GIP che si erano pronunciati su tutto il territorio nazionale con riferimento a circa altri 50 indagati avevano, nella quasi totalità, emesso misura custodiale evidenziando gravità indiziaria ed esigenze cautelari. Ho fatto, quindi, appello al Tribunale del Riesame che ha accolto, quasi integralmente, le mie richieste, con motivazioni dalle quali si evince come fossero assolutamente non condivisibili, nonchè illogici, i provvedimenti del GIP di Catanzaro.


In ordine alla contestazione di cui al capo F) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Non ho mai sollevato sospetti non suffragati da elementi probanti. Del resto la sede istituzionale deputata per rappresentare compiutamente fatti aventi rilevanza penale è la Procura della Repubblica di Salerno, ove ho compiutamente rappresentato – formalmente sin dal 13.3.2007 – circostanze che ritengo di indubbio rilievo penale. Sarebbe stato sufficiente acquisire dalla Procura della Repubblica di Salerno la relazione del CTU dr. Gioacchino Genchi posta a fondamento della trasmissione, in data 13.3.2007, del fascicolo mod. 44 per rilevazione di segreto d’ufficio in cui appare evidente il coinvolgimento di magistrati del distretto della Corte d’Appello di Catanzaro; nonché l’esposto da me inviato, in pari data, in cui rappresento la grave situazione in cui mi sono trovato ad operare. In sede di numerose escussioni successive innanzi al Procuratore della Repubblica di Salerno ho evidenziato, in modo compiuto, le ragioni per le quali diffidavo della riservatezza del Procuratore della Repubblica dr. Lombardi ed anche del Procuratore Aggiunto dr. Murone, con riferimento, in particolare, ad alcuni indagati e persone coinvolte nell’attività d’indagine. Ho anche evidenziato il coinvolgimento, nell’attività messa in atto in mio danno e dell’attività che stavo svolgendo, del Procuratore Generale FF dr. Dolcino Favi. Solo a mero titolo esemplificativo, per far comprendere la gravità della situazione, è emerso che il figlio dell’attuale moglie del Procuratore della Repubblica sia socio dell’Avv. Pittelli in una società costituita nell’ottobre del 2006; nonché il Procuratore – nella citata consulenza – appare persona coinvolta nella gravissima fuga di notizie avvenuta nel maggio del 2005 nell’ambito del procedimento penale cd. Poseidone (nr. 1217/2005 mod. 21) che compromise, quasi del tutto, l’attività investigativa finalizzata all’acquisizione di documentazione. Circa la capacità dell’Avv. Sen. Pittelli di intrattenere rapporti anche illeciti con magistrati in servizio a Catanzaro ho rappresentato – e sul punto sto ancora dichiarando – fatti precisi e di rilevanza penale, coperti dal segreto, innanzi al Procuratore della Repubblica di Salerno.

Ritengo che i fatti segnalati alla Procura della Repubblica di Salerno siano decisivi, da un lato, per dimostrare la correttezza del mio operato e l’infondatezza degli addebiti che mi sono stati mossi anche nelle sedi disciplinari, dall’altro per ricostruire la “fitta rete collusiva” che è stata realizzata per ostacolare in modo determinante le indagini da me dirette.

Come rappresentato al Procuratore della Repubblica di Salerno, ed a mero titolo esemplificativo, non vi è dubbio che vi sia stata interferenza da parte del Procuratore Aggiunto dr. Murone, dal momento che il suo nome è stato fatto dalla principale testimone del procedimento penale nr. 2057/2006 mod. 21 (cd. indagine why not) e che emerge nella documentazione acquisita all’esito delle perquisizioni. Debbo rappresentare che anche il nominativo del Procuratore della Repubblica emerge nella predetta indagine con particolare riferimento ad un’intercettazione dalla quale si evincerebbe la sua abituale frequentazione con persone coinvolte nell’attività investigativa in corso ed è anche per questo che non potevo fornire dettagliate informazioni al Procuratore della Repubblica. Con riferimento alla mancata iscrizione del dr. Murone e del dr. Cisterna si evidenzia che, con riferimento al primo, la competenza è della Procura della Repubblica di Salerno, con riguardo al secondo era in corso attività di accertamento preliminare (particolarmente delicata), che non imponeva l’iscrizione del collega, che doveva rimanere riservata e che, invece, è divenuta di disponibilità anche di Uffici che non dovrebbero avere cognizione del contenuto delle indagini preliminari in corso. Con riferimento al dr. Cisterna non ho parlato, comunque, di interferenze.

Non vi è dubbio che durante queste indagini così delicate mi sono in alcuni casi trovato innanzi alla scelta: informare il Procuratore della Repubblica e/o il Procuratore Aggiunto della Repubblica con la consapevolezza che gli stessi intrattenevano rapporti di apparente illiceità con persone coinvolte nelle indagini, e che comunque avevano dimostrato con comportamenti concreti di non “gradire” le attività investigative in corso, quindi notiziarli e rischiare una probabile contestazione per concorso in violazione di segreto d’ufficio, quanto meno colposo, oppure salvaguardare le inchieste e mettere in conto un procedimento disciplinare nel quale però avrei potuto adeguatamente rendere conto delle ragioni della mia condotta.

Ritengo anche su tale punto necessario sentire i Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno, in particolare con riguardo ai fatti di rilievo penale che ho narrato e documentato con riferimento alle condotte messe in atto dal Procuratore della Repubblica dr. Lombardi, da Procuratore Aggiunto dr. Murone e dal Procuratore Generale ff Dr. Dolcino Favi.

Ritengo nella sede penale di avere illustrato, compiutamente, non solo la correttezza del mio operato, ma anche le evidenti ragioni che mi imponevano di non coinvolgere i magistrati co-assegnatari in quanto emergevano elementi di un loro coinvolgimento in fatti collusivi gravi.


In ordine alla contestazione di cui al capo G) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Il provvedimento di iscrizione in quella forma è stato adottato per garantire la più assoluta riservatezza: sia per la “penetrabilità” di “intranei” infedeli o di “estranei” presso il R.E.G.E. – tenuto anche conto della capacità dell’Avv. Pittelli di apprendere notizie presso gli uffici giudiziari di Catanzaro, come ho rappresentato alla Procura della Repubblica di Salerno – sia in quanto stavano emergendo, come rappresentatomi dai CTU, elementi di collegamento tra il predetto ed il Procuratore della Repubblica dr. Lombardi. Così come notori erano i “contatti” tra l’Avv. Pittelli ed il Procuratore Aggiunto dr. Murone. E’ ovvio che se non mi fosse stata revocata la designazione del procedimento penale nr. 1217/2005 mod. 21, venute meno le ragioni della “inusuale” secretazione, avrei provveduto a seguire il percorso “ordinario” di iscrizione. Non ritengo assolutamente che l’atto non avesse effetti giuridici, tanto è vero che avevo anche indicato, nel corpo del provvedimento, che la decorrenza dei termini sarebbe stata dal giorno di emissione dello stesso. Non appena iscritto al R.E.G.E., venute meno le ragioni di riservatezza, la decorrenza dei termini sarebbe stata a far data dal 31.1.2007. La certezza della data di iscrizione si evince anche dalla creazione dell’atto nel sistema informatico: un accertamento sul punto rileverebbe il giorno esatto in cui è stato formato il provvedimento. Non vi è stata alcuna lesione dei diritti degli indagati, vi è stato solo lo scrupolo massimo di evitare che gli stessi fossero messi a conoscenza delle indagini pendenti a loro carico: l’Avv Pittelli lo avrebbe saputo con altissima probabilità, così come avvenuto nel maggio del 2005, soprattutto se dell’attività investigativa in svolgimento sarebbero stati messi a conoscenza il Procuratore della Repubblica ed il Procuratore Aggiunto della Repubblica. Comportarmi in modo diverso – alla luce soprattutto dei rapporti emersi tra il Procuratore della Repubblica dr. Lombardi e l’Avv. Pittelli – mi avrebbe esposto all’obiezione di agevolare la conoscenza di informazioni riservate pur consapevole del “collegamento” del Pittelli con i magistrati prima citati, nonché della sua capacità di “penetrazione” negli uffici giudiziari di Catanzaro.


In ordine alla contestazione di cui al capo H) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. L’iscrizione vi era stata, con le modalità indicate con riferimento alle giustificazioni di cui sopra. Comunicare il dato agli altri magistrati co-assegnatari significava informare – con altissima probabilità – gli indagati (Cretella è difeso, tra l’altro, dall’Avv. Pittelli). La circostanza che abbia registrato condotte, poi ritenute anche penalmente rilevanti, da parte del Procuratore della Repubblica dr. Lombardi e del Procuratore Aggiunto dr. Murone, mi hanno imposto il massimo della cautela, onde evitare, come è avvenuto nel maggio del 2005 nell’ambito della stessa indagine preliminare cd. Poseidone, che gli indagati venissero a conoscenza dell’attività svolta nei loro confronti, con particolare riferimento all’avv. Pittelli, alquanto “legato” al dr. Lombardi ed al dr. Murone.


In ordine alla contestazione di cui al capo I) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Non si può contestare l’omissione di cautele idonee dal momento che numerose persone erano a conoscenza degli atti giudiziari da compiere. In particolare, dell’informazione di garanzia emessa nei confronti di Luigi Bisignani erano di certo al corrente il personale della mia segreteria, i consulenti, la polizia giudiziaria. Con riguardo all’iscrizione del Presidente del Consiglio dei Ministri il dato era conosciuto al personale di segreteria che ha effettuato gli adempimenti relativi, al personale di polizia giudiziaria, al Procuratore della Repubblica dr. Lombardi il quale, poco dopo l’avvenuta iscrizione, mi disse anche di aver avuto un colloquio con un giornalista di “Panorama”. Con riferimento alle notizie pubblicate sul settimanale “Panorama” n. 28 del 12.7.2007 evidenzio che vi era stato il decreto di perquisizione eseguito nel giugno 2007 in cui erano riportati fatti che coinvolgevano persone vicine al Presidente del Consiglio dei Ministri e, comunque, del contenuto delle indagini erano al corrente anche i miei consulenti e la polizia giudiziaria delegata.

Infondata è anche la contestazione relativa alla trasmissione del decreto di perquisizione al Cap. Zacheo. In primo luogo la trasmissione è avvenuta dopo la notifica delle perquisizioni, quando l’atto era già nella disponibilità di indagati e difensori. Copia del decreto mi fu richiesta dall’Ufficiale dell’Arma il quale, ricordo, si rammaricò anche del fatto che non glielo avessi fatto avere prima, in quanto egli, comunque, ha svolto indagini nell’ambito del procedimento penale cd. Toghe Lucane. Se poi l’Ufficiale l’abbia inviato ad altri è fatto che non può essermi attribuito. Ricordo solo, a dimostrazione della correttezza assoluta del mio operato, che, mi pare proprio l’8 giugno, il giornalista del “Corriere della Sera” Carlo Vulpio venne a Catanzaro e mi chiese se potevo dargli copia del decreto di perquisizione, dal momento che erano venute meno le ragioni del segreto essendo stato il provvedimento eseguito. Pur avendone, ovviamente, in Ufficio sia la copia cartacea che quella informatica, gli dissi che non potevo dargli nulla.

Intendo chiarire che ho rapporti cordiali – così come tantissimi magistrati - con molti giornalisti che ho conosciuto in questi anni. I miei rapporti sono sempre stati di natura professionale, corretti, non ho mai dato loro notizie coperte da segreto o anche solo caratterizzati dal crisma della riservatezza. Con alcuni di loro – avendo ormai da anni o mesi seguito tutte le mie inchieste – si è ovviamente anche instaurato un rapporto più cordiale che non ha mai travalicato, però, i limiti imposti non solo dalla normativa vigente ma nemmeno dal codice etico approvato dall’associazione nazionale magistrati.

Anche con riferimento alle incolpazioni aventi ad oggetto “fughe di notizie” e rapporti con la stampa ritengo necessario sentire i magistrati della Procura della Repubblica di Salerno in quanto in quella sede, in numerosi verbali, ho evidenziato come io ed il mio ufficio siamo stati danneggiati da condotte non certo a me attribuibili, nemmeno sul piano disciplinare.

E’ comunque, sorprendente, che si possa attribuire una contestazione disciplinare ad un magistrato con riferimento a presunte violazione del segreto investigativo senza che si accerti una sua eventuale responsabilità in tali fatti. Una scrupolosa istruttoria avrebbe acclarato come io stesso e le indagini da me dirette siamo rimasti, in realtà, vittime delle “fughe di notize”.


In ordine alla contestazione di cui al capo L) evidenzio:

Infondatezza dell’addebito. Non ho mai avuto un rapporto disinvolto con la stampa ed i mezzi di comunicazione. Non ho mai parlato di procedimenti penali in corso, se non quando autorizzato dal Procuratore della Repubblica. Non ho mai violato i doveri di riservatezza con riferimento alle indagini preliminari in corso. Non ho mai divulgato il contenuto di atti giudiziari sottoposti al segreto d’ufficio. Non ho mai utilizzato canali informativi personali privilegiati. Ho rilasciato talune dichiarazioni – come ho detto anche al Consiglio Superiore della Magistratura in sede di audizione il 29 ottobre – in quanto sono accaduti fatti gravi ed anche in parte per “legittima difesa” tenuto conto dell’attività messa in atto ai miei danni, come segnalato puntualmente al Procuratore della Repubblica di Salerno, senza che nessun attività di “tutela” sia mai stata messa in atto né dall’ANM, né dallo stesso CSM. (sul punto ho atteso, invano, per tanti mesi che ci si occupasse in modo serio di quello che stava accadendo in Calabra “ai margini” dei procedimenti di cui mi occupavo).

Non ho mai riferito al quotidiano “IL GIORNALE” fatti oggetto di indagini in corso, né ho mai fatto riferimento a soggetti coinvolti. Che vi fosse la volontà di togliermi le inchieste è dire qualcosa che in realtà è avvenuto; che “vogliono fermarmi” è qualcosa che un po’ tutti in Calabria - ed in gran parte del Paese - hanno compreso. Che mi vogliono sottrarre le inchieste purtroppo è vero (come è accaduto, a mio avviso illegittimamente, sia nel procedimento cd. Poseidone con la revoca della designazione da parte del Procuratore della Repubblica, sia nel procedimento cd. Why Not attraverso l’avocazione del Procuratore Generale della Repubblica), che vogliono fermarmi purtroppo anche è vero (è sufficiente far riferimento, a mero titolo esemplificativo, alla richiesta del Ministro della Giustizia il cui nominativo compare, tra l’altro, in una delicata inchiesta di cui “ero” titolare e con riferimento alla quale l’ispettorato del Ministero della Giustizia ha continuato a porre domande reiterate, pur nella sussistenza del segreto investigativo). Ritengo che vi sia il diritto-dovere, in particolare da parte di un Magistrato, di esporre pubblicamente una situazione così grave anche per evitare che – in assenza di alcun intervento a tutela – si possa attentare alla persona, alla professionalità, al lavoro. Ho atteso per molto tempo, invano, che a fronte dei gravissimi fatti che avvenivano nei confronti miei e del mio ufficio vi fosse un intervento da parte dell’ANM ed anche delle Istituzioni. Confermo che è mia convinzione – pur essendomi sempre attenuto al riserbo fino a qualche mese fa - che il Magistrato abbia, non solo il diritto, ma anche il dovere di esporre, pubblicamente, situazioni gravi che minano la credibilità delle Istituzioni ed intaccano l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Pubblicamente si può denunciare una grave situazione che mette in pericolo la tenuta stessa dello Stato di diritto, nelle sedi istituzionali, poi, si indicano nomi, cognomi, fatti e circostanze quanto più puntuali possibili. Canone di comportamento al quale penso di essermi attenuto.

Ho detto pubblicamente, anche in altre circostanze, che pur avendo chiesto la co-assegnazione di procedimenti, questo non è mai avvenuto, tranne in un caso (e per poco tempo), pur essendo il lavoro in “pool” ormai un “patrimonio” della magistratura inquirente nel Paese. E’ vero che ho sempre chiesto alla dirigenza dell’Ufficio – credo sia patrimonio culturale e professionale della magistratura italiana – di essere affiancato da altri colleghi per evitare una mia continua esposizione personale. E’ vero che il Procuratore della Repubblica ed il Procuratore Aggiunto hanno disatteso le mie richieste di essere affiancato nelle indagini più delicate; non corrisponde al vero che avrei detto che ero stato oggetto di accuse per convincere il CSM ad allontanarmi per incompatibilità ambientale.
Non vi è dubbio che vi sia una strategia ai danni miei e del mio Ufficio come segnalato alla Procura della Repubblica di Salerno ed allo stesso Consiglio Superiore della Magistratura presso la 1a Commissione.

Non mi sono mai posto quale unico moralizzatore della vita pubblica calabrese. Tutt’altro. Ho sempre professato e praticato umiltà ed equilibrio, rispetto per la Politica e per i tanti colleghi bravi ed onesti che operano in Calabria.

Corrisponde al vero che, in questi anni di isolamento, intimidazioni, pressioni ed illegalità diffuse che ho subito per il solo fatto di esercitare le funzioni tenendo anche sempre presente e tentando di applicare, con umiltà ma con fermezza, l’art. 3 della Costituzione, con una cultura delle garanzie che ha sempre contraddistinto il mio operato, ho rilasciato dichiarazioni pubbliche, in occasioni di dibattiti, conferenze, incontri ed altro, ma mai con riferimento a procedimenti penali in corso e sempre su tematiche di carattere generale ed ho anche detto che fino a quando non sopprimeranno l’art. 21 della Costituzione continuerò a parlare sui temi del diritto, della legalità e della giustizia.

Non è vero che non abbia utilizzato equilibrio e misura nelle dichiarazioni pubbliche. In considerazione di quello che mi è accaduto in questi anni credo di avere agito con profondo rispetto per le Istituzioni, con umiltà e serenità, spesso nel più profondo isolamento istituzionale in una terra in cui la criminalità organizzata annienta i nemici non solo con le bombe. Che vi siano illegalità, ritengo anche gravi, da parte di persone collocate in uffici istituzionali anche di rilevante importanza, è vero e l’ho anche segnalato alle autorità competenti. Ho rilevato, pubblicamente, che da quando sono titolare di procedimenti sui cd. poteri forti, o colletti bianchi, o lobby occulte, o centri affaristici e massonerie varie, così come li si vogliono chiamare, sono cominciati una serie di atti finalizzati anche al mio trasferimento. La riflessione pubblica – generica, misurata ed equilibrata, anche forte, tenuto conto della materia affrontata e del livello di collusioni riscontrare nel lavoro in Calabria e della gravissima situazione esistente in questa Regione, così come è sotto gli occhi di tutti – è stata anche una specie di difesa legittima del lavoro e di tutela dei procedimenti in corso. Temevo e temo che mi potesse accadere qualcosa di molto serio e dopo aver denunciato fatti nei dettagli alle autorità competenti, non volevo che accadesse qualcosa senza che nessuno si rendesse conto di quello che sta succedendo in Calabria.


In ordine alla contestazione di cui al capo M) evidenzio:

Infondatezza degli addebiti. Non ho mai omesso di esercitare la dovuta diligenza al fine di evitare la divulgazione di atti del procedimento coperti dal segreto o di cui sia previsto il divieto di pubblicazione. I fatti indicati nel predetto capo, del resto, erano, prima della divulgazione, a conoscenza di più persone (anche all’estero) e non vedo perché si debba attribuire a me una condotta negativa (indipendentemente o meno dalla circostanza se vi sia stata nei casi indicati in contestazione pubblicazione di notizie coperte da segreto o riservate). Anzi, ritengo, di essere stato danneggiato dalla pubblicazione di molti articoli ed in altri casi vi sia stata una vera e propria strategia ai miei danni come ho indicato alla Procura della Repubblica di Salerno, Ufficio al quale sto continuando a rendere dichiarazioni sul punto e che non si può non ascoltare, ritengo, prima di decidere sulla mia responsabilità disciplinare. Non ho mai rivelato notizie coperte da segreto a giornalisti, semmai in alcuni casi ho appreso notizie di interesse investigativo da loro articoli.

Ritengo, in conclusione, di aver agito sempre, in questi difficili anni, con correttezza e professionalità. Ho sempre operato con amore profondo per questo mestiere, con abnegazione e sacrifici enormi (lavorato anche i giorni festivi e durante le ferie, talvolta anche di notte), decidendo di lavorare in Calabria nell’esclusivo interesse della Giustizia e nell’ossequio per le leggi delle Repubblica ed, in primo luogo, della Costituzione Repubblicana.

Ritengo che codesta Sezione saprà valutare anche il contesto ambientale in cui ho operato e lavoro, nonché, soprattutto, considerare che sono stato titolare di procedimenti delicati e complessi (anche di competenza DDA) sicuramente superiori a quelli di tutti gli altri colleghi della Procura Ordinaria anche complessivamente considerati.

Napoli, 2.1.2008

Il Sostituto Procuratore della Repubblica
Luigi de Magistris

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POLITICA
L'atto di incolpazione a carico di Luigi De Magistris
10 gennaio 2009
 Consiglio Superiore della Magistratura
Sezione Disciplinare


Proc. n. 94/2007 R.G.

Il Presidente

Rilevato che in data 13.12.2007 il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione ha richiesto il rinvio a giudizio, con lettura degli atti consentiti, nei confronti del

dott. Luigi De Magistris (nato a Napoli il 20.6.1967)
Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro,

incolpato


A) Condannato

della violazione degli arti. 1 e 2, 1° comma, lett. n) del Decr. Legisl. n. 109/2006 modificato con Legge n. 269/2006, per aver gravemente mancato ai propri doveri di correttezza e rispetto delle norme anche regolamentari disciplinanti il servizio giudiziario adottate dagli organi competenti; in particolare nell’esercizio delle sue funzioni giudiziarie, con grave inosservanza delle disposizioni adottate dal capo dell’ufficio che aveva disposto in data 29.3.2007 la revoca della coassegnazione anche al medesimo di un procedimento penale (n. 1217/05-21), ordinava in data 30.3.2007 – malgrado non avesse più alcuna legittimazione a procedere essendo intervenuta la revoca dell’assegnazione – la trasmissione di detto procedimento per competenza ex art. 11 c.p.p. al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno, sottraendone la disponibilità ai magistrati rimasti coassegnatari del procedimento.


B) Condannato

della violazione degli arti. 1 e 2, 1° co. lett. a), g), e u) del D.Lgs. 109/2006 per avere, con grave e inescusabile negligenza, emesso, nell’ambito del procedimento penale n. 3750/0321-n. 444/05-21, denominato “Toghe lucane”, in data 5.6.2007, un decreto di perquisizione locale nei confronti del dr Vincenzo Tafano, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, ed altri, eseguito il successivo 7.6.2007, connotato da gravi anomalie, quali l’evidente non pertinenza della motivazione (attestata altresì dal successivo annullamento del Tribunale del riesame con ordinanza in data 3.7.2007) nella parte in cui richiamava procedimenti penali sforniti di qualsivoglia attinenza ai reati ipotizzati, con conseguente illegittima diffusione dei relativi atti di indagine, e violazione del diritto alla riservatezza delle persone impropriamente nominate, tra le quali due magistrati del Tribunale di Potenza, che si ipotizzava avessero una relazione extraconiugale fatto, pur se eventualmente fondato, del tutto indifferente sia ai fini indiziari sia ai fini della motivazione dell’atto;


C) Condannato

della violazione degli artt. 1, 2, 1° comma, lett. n) del D.Lgs, 109/2006 per aver gravemente mancato ai propri doveri di correttezza e rispetto delle norme anche regolamentari disciplinanti il servizio giudiziario adottate dagli organi competenti emettendo il decreto suddetto senza preventiva informazione del Procuratore della Repubblica, capo dell’Ufficio e magistrato codelegato alla trattazione del procedimento; violazione da ritenersi grave per la rilevanza del provvedimento – emesso a carico di un Procuratore Generale della Repubblica, di un ex parlamentare, di un alto funzionario della Polizia di Stato, del Presidente di un Consiglio dell’Ordine degli Avvocati – per il clamore che avrebbe sicuramente suscitato e per i prevedibili dirompenti effetti che avrebbe avuto sull’amministrazione della giustizia penale in Basilicata.


D)

1. Assolto

della violazione degli artt. 1 e 2, 1° co. lett. a), ed n) del D.Lgs. 109/2006, perché, arrecando ingiusto danno e con grave inosservanza di norme regolamentari e delle disposizioni sul servizio giudiziario prescritte dagli organi competenti, adottava, nell’ambito del procedimento penale n. 949/2006, un decreto di perquisizione locale nei confronti di tre indagati, tra i quali il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Matera, tacendone l’esistenza al Capo del suo Ufficio, al quale sottoponeva esclusivamente il decreto di sequestro preventivo d’urgenza adottato nell’ambito della stessa indagine, che sarebbe stato poi eseguito contestualmente alla perquisizione; violazione da ritenersi grave per la particolare pregnanza del dovere d’informazione verso il Procuratore, data la rilevanza del provvedimento, la qualità dei suoi destinatari, e le prevedibili conseguenze in termini di pubblico clamore, credibilità della giurisdizione e buon funzionamento dell’Amministrazione della giustizia.


2. Condannato

della violazione degli artt. 1 e 2, lett. n) D.L.vo 23/212006 n. 109, per avere emesso, con grave inosservanza di norme regolamentari e delle disposizioni sul servizio giudiziario prescritte dagli organi competenti, nell’ambito del procedimento penale n. 444/05–21 iscritto presso la Procura della Repubblica di Catanzaro e di cui era coassegnatario il dott. Mariano Lombardi procuratore della Repubblica, in data 17.2.2007 nei confronti della dott.ssa Felicia GENOVESE (sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Potenza) e del marito della stessa Michele Cannizzaro entrambi indagati per il reato di cui agli arti. 110 e 323 c.p., decreto di perquisizione, decreto di sequestro (provvedimenti entrambi annullati dal tribunale del riesame perché adottati dopo la scadenza dei termini massimi di durata delle indagini preliminari) ed invito a comparire nei confronti della dott.ssa Genovese, senza previa informazione del Procuratore della Repubblica, anche coassegnatario del procedimento.


E) Condannato

della violazione degli artt. 1 e 2, 1° comma, lett. g) del D.Lgs. 109/2006, perché nell’ambito del procedimento penale n. 2350/03 R.G.N.R., con inescusabile negligenza, dopo l’emissione (in data 23 giugno 2006) ed esecuzione (in data 12 luglio 2006) nei confronti di 26 indagati di un provvedimento di fermo, ometteva di richiederne la convalida al G.I.P. di Catanzaro ai sensi dell’art. 390 c.p.p., determinando la conseguente dichiarazione di inefficacia da parte del G.I.P. in data 14.7.2006.


F) Assolto

della violazione degli arti. 1 e 2, 1° co. lett. d), del D.lgs. 109/2006, perché, nell’esercizio delle funzioni giudiziarie sopra indicate, ponendo in essere più comportamenti gravemente scorretti generava, nei confronti dei superiori e di altri magistrati, sospetti non suffragati da elementi probanti, con conseguente oggettivo discredito per l’istituzione giudiziaria. In particolare:

1. nelle note trasmesse al CSM in data 2 aprile 2007 ed al Procuratore Generale di Catanzaro in data 16 aprile 2007, il dott. De Magistris, nel riferire in merito alla disposta segretazione dell’iscrizione dei nominativi di Pittelli Giancarlo e di Cretella Lombardo Walter, affermava di non aver “... informato il Procuratore della Repubblica ed il Procuratore Aggiunto dell’iscrizione a mod. 21 dell’avv. Giancarlo Pittelli per i motivi che ha specificato, non solo nel provvedimento di iscrizione stesso, ma anche nella nota trasmessa alla Procura della Repubblica di Salerno, nella quale si legge: “Per scongiurare, difatti, che l’indagato potesse essere messo a conoscenza dell’iscrizione nei suoi confronti e di attività investigativa che lo riguardava, per quanto di fatti era emerso, ho effettuato un provvedimento – motivato – di iscrizione, disponendo la segretazione dell’atto...” mostrando così di diffidare della riservatezza e della correttezza del Capo dell’ufficio senza, peraltro, addurre circostanze concrete che potessero giustificare tale atteggiamento;

2. nel provvedimento in data 30 marzo 2007, con cui veniva trasmesso il procedimento cosiddetto “Poseidone”, n. 1217/05-21, alla Procura della Repubblica di Salerno, ritenuta competente ex art. 11 c.p.p., esponeva di ritenere che il provvedimento di revoca della coassegnazione disposto dal Procuratore dott. Lombardi fosse “... connotato da profili di illicei-tà... In particolare, la condotta associativa che vede coinvolto, quale indagato, nel procedimento penale indicato in oggetto, il Sen. Avv. Gian-carlo Pittelli sembra essere caratterizzata, a questo punto, anche proprio dalla sua capacità di consumare condotte illecite unitamente a Magistrati ... Ritengo a questo punto doveroso trasmettere gli atti a codesto Ufficio sia per valutare, alla luce dei nuovi elementi, la connessione dell’intero fascicolo con gli atti già trasmessi (tenuto conto del coinvolgimento del dr Lombardi), sia per evitare che Magistrati, nei confronti dei quali ho rappresentato fatti che ritengo gravi, possano contribuire a reiterare condotte di favore nei confronti, quanto meno, dell’indagato Piattelli. Ritengo veramente assai grave e sconcertante che dopo due anni circa di attività di indagine ... mentre mi accingevo a richiedere l’applicazione di misure cautelari personali e reali ed avviarmi al deposito degli atti ai sensi dell’art. 415 bis c.p.p., mi venga revocata la coassegnazione con un provvedimento che, tra, l’altro, mi pare illegale”, con ciò adombrando una possibile strumentalizzazione dei propri legittimi poteri da parte del Procuratore della Repubblica in vista del raggiungimento di finalità illecite, senza specificare né i moventi né lo scopo del Procuratore;

3. con nota diretta al Procuratore della Repubblica in data 10 luglio 2007, il dott. De Magistris, riferendosi a due richieste che gli provenivano dal Procuratore Aggiunto dott. Murone, volte a conoscere eventuali ipotesi di duplicazione di indagini nei procedimenti 1217/05-21 e 2057/06-21, chiedeva “... direttive sulla necessità – e le eventuali modalità – delle informazioni da fornire al Procuratore Aggiunto richiedente, il quale appare coinvolto in rapporti che appaiono sospetti, per come già rappresentato al Procuratore della Repubblica di Salerno, proprio con il principale indagato, Saladino Antonio”, definendo le richieste del Procuratore Aggiunto “un’oggettiva interferenza sull’attività investigativa in pieno svolgimento” presso il suo Ufficio ed assumendo, altresì, di aver già riferito, “per le vie brevi”, circa il coinvolgimento ... del collega Cisterna della Procura Nazionale Antimafia”.
Richiesto dal dott. Lombardi di precisare in cosa consistevano i sospetti che egli aveva nei confronti del Procuratore Aggiunto dott. Murone, riferiva che erano stati acquisiti elementi di collegamento tra quest’ultimo e l’indagato, Saladino Antonio, clementi desumibili dall’esame di alcuni tabulati telefonici, non essendo peraltro in grado di spiegare “secondo quale aspetto la richiesta del dott. Murone gli appariva come una oggettiva interferenza nell’attività investigativa che stava compiendo ...”. Analogamente, anche con riguardo al dott. Cisterna, il ritenuto “coinvol-gimento” veniva desunto da “contatti telefonici che emergevano dai tabulati acquisiti nel procedimento”. In entrambi i casi veniva, quindi, esclusa la sussistenza di elementi tali da determinare l’assunzione della veste di indagato da parte di magistrati asseritamene “coinvolti”, come comprovato dalla mancata iscrizione dei nominativi dei dottori Murone e Cisterna nel registro degli indagati.


G) Condannato nei termini di cui alla motivazione della sentenza, allo stato non ancora depositata

della violazione degli arti. 1 e 2 lett a), g), m) ed ff) del D.lg.vo n. 109/2006, perché mancava gravemente ai propri doveri di diligenza, di equilibrio e di rispetto delle norme anche regolamentari disciplinanti il servizio giudiziario, e adottava provvedimenti in casi non consentiti dalla legge, in quanto, nell’esercizio delle funzioni giudiziarie sopraindicate, violando l’art. 335 c.p.p., eludeva l’obbligo di immediata iscrizione nel registro delle notizie di reato di CRETELLA LOMBARDO Walter e di PITTELLI Giancarlo attraverso la redazione di un provvedimento di iscrizione – abnorme e comunque inidoneo a determinare effetti giuridici – del seguente testuale tenore.
“OGGETTO: iscrizione di nominativi di indagati nel registro mod. 21. Il Pubblico Ministero,
letti gli atti del proc. n. 1217/05 mod. 21,
viste, in particolare, le risultanze già inviate dai CTU dr Pietro SAGONA e dr Gioacchino GENGH1, dispone iscriversi i seguenti nominativi: PIITELLI Giancarlo; nato a Catanzaro il 9.2.1953; CRETTELLA LOMBARDO Walter, nato a Colosimi (CS) il 22.11.1951; il primo in ordine ai reati p. e p. dagli artt. 416 648 bis c.p., in Catanzaro, nella regione Calabria ed altre parti del territorio nazionale con condotta in atto; il secondo in ordine al reato p. e p. dall’art. 416 c.p., nella regione Calabria ed altre parti del territorio nazionale, con condotta in atto;
rilevato che vi sono pressanti ed inderogabili esigenze di assoluta segretezza – desunte anche da attività effettuata in altro procedimento – che impongono che il predetto provvedimento venga immediatamente depositato in armadio blindato e non comunicato, almeno allo stato, a nessuno, nemmeno al R.E.G.E; rilevato che tali ragioni non debbono, comunque pregiudicare i diritti degli indagati; dispone che la decorrenza dei termini delle indagini preliminari avvenga alla data odierna;
letti gli artt. 329 e 335 c.p.p. dispone il segreto sul presente proedimento. Catanzaro 31.1,2007”
Con postilla autografa a margine veniva aggiunto;
“Si aggiorni inserendosi anche il reato p. e p., dall’art. 2 lg 25.1.1982 n. 17 Cz 15.3.07”
L’atto, quindi, privo di qualsiasi attestazione di deposito e di altro connotato che conferisse certezza alla sua data, contrasta con l’art. 335 c.p.p., che consente una segretazione delle iscrizioni sul registro, ma non una “iscrizione” destinata per ragioni di riservatezza a rimanere nell’armadio blindato dell’ufficio, con una lesione dei diritti delle persone cui è attribuito il reato.
Veniva così formato un atto elusivo delle specifiche finalità cui era destinato (l’iscrizione al Re.Ge.) con fissazione del decorso dei termini per le indagini preliminari con i corrispondenti diritti dei soggetti indagati, ed inoltre gravato dall’apposizione di un segreto non contemplato né dal terzo comma dell’art. 329 c.p.p. (difettando la qualifica di atto d’indagine) né dal terzo comma bis dell’art. 335 c.p.p. (difettando la richiesta di comunicazioni da parte degli aventi diritto)”.
Con lo stesso comportamento, il dott. De Magistris impediva inoltre al Procuratore dott. Lombardi di astenersi in relazione ad un procedimento del quale era coassegnatario, e che vedeva quale indagata persona con cui, come riferito dallo stesso Lombardi, aveva un ventennale rapporto di amicizia e frequentazione.
Inoltre la “anomala” annotazione della supposta iscrizione ha determinato comunicazioni difformi dal vero ed in contrasto con le testuali previsioni dell’art.110 bis delle disp. di att. del c.p.p..


H) Non luogo a provvedere

della violazione degli artt. 1 e 2, 1° comma, lett. g) ed n) D. Lgs. 109/2006, perché, con grave violazione di legge per negligenza inescu-sabile e grave inosservanza di norme regolamentari, ordinava in data 1.3.2007 una perquisizione domiciliare (successivamente annullata dal Tribunale del Riesame per carenza di indizi) nei confronti di un ufficiale generale della Guardia di Finanza e l’invio di un’informazione di garanzia nei confronti di un parlamentare senza previamente iscrivere i relativi nominativi nel registro notizie di reato, così come specificamente contestato al capo precedente, e senza previamente informare gli altri magistrati coassegnatari del procedimento che erano all’oscuro di tali iniziative non concordate.


I) Assolto

della violazione degli arti. 1 e 2, 1° co. Lett. u) e aa), del D.lgs 109/2006, perché nell’esercizio delle funzioni giudiziarie sopra indicate, ponendo scarsa attenzione al profilo della riservatezza nello svolgimento dell’attività investigativa ed omettendo qualsiasi cautela idonea a prevenire la diffusione di notizie attinenti a procedimenti in corso rendeva possibile ripetute ed incontrollate fughe di notizie. In particolare:

1. con riferimento all’informazione di garanzia emessa nei confronti di Bisignani Luigi, il quale riferiva, con esposto datato 10 luglio 2007, di essere stato contattato in data 3 luglio 2007 dal vice direttore del settimanale Panorama che gli chiedeva di commentare l’avviso di garanzia emesso nei suoi confronti dalla Procura di Catanzaro per reati previsti dalla legge Anselrni sulle associazioni segrete nell’ambito di una più ampia inchiesta delegata al dott. De Magistris: avviso di garanzia che gli veniva ritualmente notificato il successivo 5 luglio in occasione della perquisizione disposta nei suoi confronti dal suddetto magistrato;

2. con riferimento all’iscrizione nel registro degli indagati del Presidente del Consiglio dei ministri in carica Romano Prodi, disposta il 13 luglio 2007 sempre nell’ambito del medesimo procedimento penale, la notizia dell’iscrizione veniva diffusa lo stesso giorno attraverso il sito web di Panorama in cui appariva l’articolo a firma di Giacomo Amaduri dal titolo “Inchiesta sulla loggia di San Marino: Prodi indagato a Catanzaro”;

3. prima ancora della iscrizione del Presidente del Consiglio dei Ministri nel registro degli indagati, sul settimanale Panorama n. 28 del 12 luglio 2007, distribuito in edicola il 6 luglio 2007, era apparso un articolo dal titolo “Le relazioni pericolose del professore” di Giacomo Amadori in cui veniva riferito di persone indagate vicine al Presidente del Consiglio dei Ministri c dello svolgimento di un’analisi dei tabulati del numero di cellulare utilizzato dal Presidente Prodi. Tali notizie, alla data del 6 luglio, non potevano che provenire da fonti dirette, poiché a quella data non era stato utilizzato in sede processuale o incidentale alcun documento nel quale esse fossero formalizzate;

4. con riferimento al contenuto del decreto di perquisizione locale emesso in data 5 giugno 2007 dal dott. De Magistris in pregiudizio, tra gli altri, del Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza dott. Vincenzo Tufano, ed eseguito il 7 giugno, il dott. De Magistris ri-sulta aver inviato il successivo 8 giugno, all’indirizzo di posta elettronica del Capitano dei CC Pasquale Zacheo, non delegato allo svolgimento delle indagini, il decreto di perquisizione, che lo stesso Zacheo faceva inviare immediatamente all’indirizzo di posta elettronica del giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio, il quale si occupava di “Toghe lucane” e intratteneva in quel periodo assidui rapporti personali con dott. De Magistris, testimoniati dalle intercettazioni telefoniche disposte nell’ambito dei procedimento penale n. 2751/06-21 dalla Procura della Repubblica di Matera.


L) Assolto

della violazione degli artt. 1 e 2, 1° co. lett. a), d), v), aa) del D.Lgs. 109/2006, 5, 2° comma, D.Lgs. n. 106/2006 perché manteneva un disinvolto rapporto con la stampa e i mezzi di comunicazione del tutto disattento ai profili di opportunità nonché di riservatezza delle attività d’indagine preliminare, oggettivamente in grado di determinare la divulgazione del contenuto di atti giudiziari sottoposti al segreto d’ufficio, anche quando svincolati dal segreto investigativo, rendendo dichiarazioni senza la delega de! Procuratore della Repubblica e suscitando altresì pub-blicità sulla propria attività di indagine, anche utilizzando canali informativi personali privilegiati. In particolare:

1. rilasciava un’intervista al quotidiano Il Giornale, del 14 agosto 2007, avente per contenuto fatti oggetto di indagini in corso e (sia pure allusivamente) soggetti nelle medesime coinvolti, spesso utilizzando, altresì, espressioni del tutto improprie ed incontinenti, in termini di inammissibili sfoghi, del tenore “vogliono togliermi le inchieste”, “vogliono fermarmi”, ed altre della medesima portata; inoltre, nella medesima intervista, dichiarava che il procuratore della Repubblica aveva disatteso le sue richieste di essere affiancato nelle indagini più delicate ed anzi era stato oggetto di accuse “per convincere il CSM ad allontanarmi per incompatibilità ambientale”.

• rendeva, in più occasioni, dichiarazioni pubbliche o interviste riguardanti gli affari in corso di trattazione, con le quali, in maniera gravemen-te scorretta nei confronti di altri soggetti – parti, difensori e magistrati – faceva apparire che !e iniziative giudiziarie o con finalità di accertamen-ti deontologici, - adottate nei suoi confronti – fossero in realtà manifestazioni di un complotto per far cessare la sua attività d’indagine anche con il ricorso ad istituti processuali strumentalmente utilizzati per intaccare l’autonomia e il potere diffuso della magistratura(dichiarazioni al Giornale radio Rai 3 trasmessa nell’edizione delle 8.45 del 13 agosto 2007 e ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 14 agosto 2007; dichiarazione a Tele Reggio in data 19 settembre 2007; dichiarazioni al quotidiano L’Unità del 13 agosto 2007; dichiarazioni al quotidiano Uni-tà del 1 aprile 2007; intervista a Telespazio del 20 maggio 2007, con cui si lamenta che il De Magistris ingenera il convincimento d’essere vittima di persecuzioni da parte di magistrati e di politici di ogni fazione, ponendosi quale unico moralizzatore della vita pubblica calabrese; intervista al quotidiano Repubblica e al quotidiano Corriere della Sera del 21 ottobre 2007).

M) Assolto

della violazione degli arti. 1 e 2,10 comma, lett. u), del D.Lgs. 109/2006, per aver omesso di esercitare la dovuta diligenza ai fine di evitare la divulgazione di atti del procedimento coperti dal segreto o di cui sia previsto il divieto di pubblicazione. In particolare

a) in relazione al processo “ Toghe lucane”:

1. divulgazione sul quotidiano Calabria Ora del 25 maggio 2007 del contenuto dell’atto, coperto da segreto, avente ad oggetto il decreto di consegna di documenti emesso il 21 maggio 2007 nei confronti della dott.ssa Genovese.

2, divulgazione sul quotidiano Corriere della Sera del 26 e 27 febbraio e 3 e 17 marzo 2007, a firma di Carlo Macrì e Carlo Vulpio, del contenuto di atti e di alcune intercettazioni relative alle indagini in corso ;

3. divulgazione, sul quotidiano Corriere della Sera del 15 aprile 2007, del contenuto delle dichiarazioni del dott. Vincenzo Montemurro, Sosti-tuto Procuratore di Potenza nonché, sullo stesso quotidiano del 14 mag-gio 2007, delle dichiarazioni del dott. Rocco Pavese, GIP del Tribunale di Potenza, nonché, sullo stesso quotidiano del 25 maggio 2007, delle dichiarazioni del doti. Alberto Iannuzzi, GIP del Tribunale di Potenza, rese tutte nei rispettivi interrogatori davanti al dott. de Magistris; divulgazione di notizie riservate e di attività di indagine sul quotidiano La Stampa del 22 maggio 2007 circa le modalità di svolgimento dell’attività istruttoria compiuta da de Magistris all’interno del palazzo di giustizia di Potenza.

b) In relazione ai procedimenti Poseidone e Why Not:

• divulgazione al settimanale L’Espresso in edicola il 29 marzo 2007 delle indagini in corso, con diffusione del nome degli indagati, della informazione di garanzia nei confronti del sen. Pittelli del 24 marzo (notizia apparsa sull’indicato settimanale pur essendo la notifica all’interessato avvenuta solo il giorno precedente 28 marzo) e dell’ampia ricostruzione della attività investigativa in corso sulla “presunta cupola politico-affaristica” esistente in Calabria, anche con specifici riferimenti alla collaborazione investigativa con l’OLAF (nonostante la prescritta riservatezza dell’indicata attività di cooperazione giudiziaria) ed ai possibili sviluppi delle indagini su presunte “nomine pilotate” del direttore generale dell’OLAF,

• divulgazione ai quotidiano “La Stampa” del 8 aprile 2007 (a firma di Antonio Massari), Corriere della Sera del t aprile 2007 (a firma di Carlo Macri) del contenuto e delle ragioni della nota dei 30 marzo inviata al Procuratore della Repubblica di Salerno con la quale aveva trasmesso per competenza l’intero fascicolo n. 1217/05 (come “ corpo di reato”) in relazione a responsabilità penali a carico del Procuratore Lombardi.

Visto l’art. 17 comma 2 del D.Lgs. 23 febbraio 2006, n, 109:

fissa la discussione orale per l’udienza dell’11 gennaio 2008, ore 15.00 con eventuale prosecuzione nelle udienze straordinarie del 12.1.2008 ore 9.30, 12.1.2008 ore 15.00, 14.1.2008 ore 15.04.

Avverte l’incolpato che:

a) ha facoltà di prendere visione degli atti del procedimento nella Segreteria del Consiglio Superiore della Magistratura, in Roma, Piazza dell’Indipendenza n. 6 ed ivi estrarne copia;

b) se intende chiedere l’esame di testimoni, deve presentarne la lista nella Segreteria della Sezione disciplinare almeno sette giorni prima del dibattimento con l’indicazione delle circostanze su cui deve vertere l’esame;

c) ha facoltà di presentare memorie mediante deposito presso la Segreteria, intervenire nella discussione e farsi assistere da altro magistrato, quale difensore, oppure da un avvocato del libero Foro.

Dispone che per la suddetta udienza siano citati come testi:

1) dott.ssa Isabella De Angelis. giudice del Tribunale di Nuoro;

2) Maresciallo Luigi Musardo nucleo Polizia Tribunale guardia di Finanza di Catanzaro;

3) Dott.ssa Maria Minervini, cancelliere B3 presso la Procura della Repubblica di Catanzaro.

Dispone che il presente decreto sia comunicato al Procuratore Generale, al dott. Luigi De Magistris e al Difensore dott. Alessandro Criscuolo.

Roma, 14 dic. 2007

Il Presidente
(NicolaMancino)

Il Magistrato Segretario
(Massimo Forciniti)

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Patto scellerato tra mafia e Forza Italia
19 ottobre 2008
Marco Travaglio

Un uomo d'onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi

Ecco il programma politico di Cosa Nostra. Semplice, elementare, addirittura banale: «amnistia di cinque anni. Indulto di tre. Erano commissione giustizia. Ora dovrebbe farla il nuovo governo.». Nel febbraio 1994 un boss di primissimo piano lo confida punto per punto a un colonnello della Dia, che al termine di ogni colloquio lo annota via via sul suo taccuino di appunti. L'amnistia e l'indulto, gli stessi obiettivi di cui si torna a discutere oggi, con la proposta Biondi-Taormina, già sottoscritta da diversi parlamentari del centrodestra e del centrosinistra per placare la rivolta nelle carceri . sono alla pagina 47 di quel taccuino. Poco prima, a pagina 32, si legge: «Quelli di Forza Italia hanno promesso che in caso di vittoria entro 6 mesi regoleranno ogni cosa a loro favore. Palermitani dietro le stragi. siciliani dietro gli attentati in Italia». Pagina 36: «La Fininvest ha pagato un miliardo di tangenti a Santa Paola (boss della mafia catanese, ndr) dopo l'attentato incendiario che ha subito lo stabilimento Standa a Catania. Rapisarda-Marcello Dell'Utri». Pagina 42: «Prov. (Provenzano, ndr) molto cambiato, parla di pace sintomo di debolezza. Spera in Forza Italia fra sette/5 anni tutto dovrebbe ritornare un po' come prima». Pagina 49: «Andranno contro il partito o i partiti dei magistrati, la gente non ne può più, mancano i lavori delle grandi aziende c'è solo repressione lotta alla mafia e nient'altro in alternativa protesta operaia e manifestazioni destinate a crescere, aspettano nuovo partito o schieramento».

Il boss "gola profonda" si chiama Luigi Ilardo, è nato a Catania nel 1951 ed è il cugino nonché il braccio destro di Giuseppe "Piddu" Madonia, il capomafia di Caltanissetta vicinissimo a Bernardo Provenzano. Lui stesso, Ilardo, si vede e comunica spesso con Provenzano. L'ufficiale che raccoglie le sue rivelazioni è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio (in seguito coinvolto in un processo a Genova su presunti blitz antidroga "pilotati" nel Savonese). Le prime confidenze sono dell'ottobre 1993. Pochi mesi dopo le ultime stragi, quelle dell'estate, a Milano, Firenze e Roma. E pochi mesi prima della "discesa in campo" di Silvio Berlusconi. Soprattutto di questo parla Ilardo: della presunta "regia superiore" delle stragi e dei presunti accordi fra Cosa Nostra e uomini di Forza Italia.

Gli appunti del colonnello Riccio (388 pagine), travasati in un raspporto firmato dall'ex numero due del Ros Mauro Obinu, non riceveranno smentite. Ma solo riscontri e condanne per gli uomini di Provenzano (la sentenza del tribunale conferma il "giudizio di affidabilità sull'operato del Riccio e sulla correttezza dello stesso" nella gestione di Ilardo). Ora quelle carte sono state depositate dalla Procura di Palermo nel processo contro Dell'Utri.

Riccio contatta Ilardo nel settembre 1993, nel carcere di Lecce. Il boss ne esce nel gennaio 1994, per motivi di salute, e torna in Sicilia. Ormai fa il doppio gioco. Mancano due mesi alle elezioni del 27 marzo, poi vinte da Berlusconi. E il boss s'incontra segretamente con Riccio, svelandogli in presa diretta la campagna elettorale di Cosa Nostra. Dopo le stragi e la cattura di Riina rivela: «Provenzano, Pietro Aglieri e le altre famiglie palermitane di erano schierati contro Bagarella, colpevole di seguire ciecamente la politica sanguinaria di Riina. che aveva inasprito la reazione dello Stato e condotto allo sbando Cosa nostra e al fenomeno del pentitismo. Bagarella era isolato. Provenzano, nascosto a Bagheria, aveva fatto sapere alle 'famiglie' siciliane di stare tranquille e di non esporsi ad attività criminali avventurose, ma di aspettare tempi migliori, forieri di un contesto politico stabile e più garantista nei confronti della criminalità organizzata».

Ilardo racconta al colonnello anche come Cosa Nostra decise di votare nel 1994. «In Caltanissetta, i 'palermitani' avevano indetto una riunione», in cui si era deciso che «tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare Forza Italia». Come mai? «I vertici avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello nell'entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie 'famiglie' mafiose, nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici quali appalti, finanziamenti statali...».

Chi è l' uomo «dell'entourage di Berlusconi»? La risposta è in un verbale firmato da Riccio il 21 dicembre 1998 davanti ai pm di Firenze che indagano sui mandanti occulti delle stragi: «Nel marzo-aprile 1994 ho detto a Ilardo: per caso l'uomo dell'entourage è Dell'Utri? Lui mi ha fatto la battuta, guardandomi: "Lei le cose le capisce! Poi ne riparleremo. Vedrà quanti ne passeremo".». Le stragi dovevano servire «per mettere sotto i politici», che «facevano promesse su promesse» a Bagarella.

Il 27 marzo 1994 Berlusconi vince le elezioni e diventa presidente del Consiglio. Ilardo spiega a Riccio che «molta della credibilità del Provenzano all'interno di Cosa Nostra sarebbe dipesa da quanto sarebbe riuscito a ottenere a seguito delle promesse ricevute dagli appartenenti al nuovo apparato politico che aveva vinto le elezioni in cambio dei voti». Dopo il 27 marzo tutto cambia. Racconta Riccio: «Ilardo mi ha detto: non dobbiamo fare più attentati eclatanti. Gli imprenditori ci aiuteranno, nel tempo, con l'abolizione di determinati articoli (del codice, ndr). "Quando noi saremo al potere - ha detto il referente - entro sei mesi manterremo fede a quelle proposte"». Il nuovo governo non farà in tempo a fare nulla: durerà meno di 7 mesi.

Intanto Ilardo svela il nascondiglio di una decina di superlatitanti e li fa arrestare. Il 31 ottobre 1995 avverte Riccio che sta per incontrare Bernardo Provenzano in persona, in un casolare a Mezzojuso. Riccio, appena passato al Ros, chiede ai superiori i mezzi necessari per il blitz. La risposta è fredda, interlocutoria: non intervenire, ma limitarsi a "osservare" anche perché Ilardo non vuole portare addosso microspie e non è sicuro chi incontrerà. Su questo episodio la versione di Riccio si differenzia da quella degli uomini del Ros ed esiste una indagine del pm palermitano Antonino Di Matteo.

Nel marzo 1996, alla vigilia delle elezioni politiche (quelle poi vinte da Prodi), Ilardo rompe gli indugi e accetta di diventare un collaboratore di giustizia. Confesserà tutti i suoi crimini ed entrerà con la famiglia nel programma di protezione. Il 2 maggio lo conferma in un incontro nella caserma del Ros a Roma, dove il generale Mori lo presenta ai procuratori Caselli, Principato e Tinebra. Questi fissano il primo interrogatorio formale per il 15 maggio. Ilardo torna in Sicilia per mettere a punto gli ultimi dettagli. Avverte i famigliari. Consegna a Riccio i "pizzini" (bigliettini) del suo carteggio con Provenzano. I due si vedono ancora il 10 maggio, all'aeroporto di Catania. Poche ore dopo, alle 21.30, Ilardo viene assassinato da due killer davanti a casa sua.

Quello che avrebbe potuto diventare un altro Buscetta non parlerà più. Una fuga di notizie, quasi certamente di provenienza "istituzionale", ha avvertito Cosa Nostra del pericolo incombente. Solo Riccio può ridargli la voce. Cosa che fa attraverso i suoi appunti tutti scritti con inchiostro verde e le testimonianze. Senonchè, nel marzo 2001, viene convocato nello studio del suo avvocato, Carlo Taormina, per una riunione con Dell'Utri e il tenente Carmelo Canale, entrambi imputati per concorso esterno in mafia. Riccio denuncia subito il fatto alla Procura di Palermo: «Si è parlato di dare una mano a Dell'Utri. Io avrei dovuto dire che l'Ilardo non mi ha mai parlato di Dell'Utri come uomo di mafia, vicino a Cosa Nostra». In più Riccio deve dimenticarsi la mancata cattura di Provenzano. In cambio gli viene promesso un aiuto per rientrare nell'Arma e per ottenere "la rimessione del mio processo". «In quell'occasione, come in altre, presso lo studio dell'avv. Teormina era presente anche l'onorevole Previti». Taormina ammette il colloquio ma nega quelle pressanti richieste al cliente. In ogni caso, Riccio cambia avvocato.

Riccio e e il suo ex difensore Taormina si rivedranno presto, a Palermo, per testimoniare al processo Dell'Utri.

03.10.2002



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permalink | inviato da SimoneS il 19/10/2008 alle 18:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
Sentenza coniugi mastella
30 agosto 2008
 Sentenza n. 33843/08

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano

_____________

La Corte Suprema di Cassazione
Sezione sesta penale

Composta dai Signori:

Dott. Giorgio Lattanzi - Presidente
1. Dott. Arturo Cortese - Consigliere
2. Dott. Vincenzo Rotundo - Consigliere
3. Dott. Giacomo Paoloni - Consigliere
4. Dott. Giorgio Fidelbo - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Alessandrina LONARDO, nata a S. Giovanni di Ceppaloni (BN) il 9.3.1953; contro l’ordinanza del 28 gennaio 2008 emessa dal Tribunale di Napoli; visti gli atti, l’ordinanza impugnata e il ricorso;

sentita la relazione del consigliere dott. Giorgio Fidelbo;

sentito il pubblico ministero, nella persona del Sostituto procuratore generale dott. Carlo Di Casola, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

sentiti gli avvocati Titta Madia e Severino Nappi, che hanno insistito per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. - Con ordinanza emessa il 14 gennaio 2008 il G.i.p. del Tribunale di S.M. Capua Vetere ha disposto, in via d’urgenza, la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di Alessandrina LONARDO, indiziata, in concorso con altre persone, del reato di tentativo di concussione continuata, dichiarandosi successivamente incompetente.
Il Tribunale di Napoli, in sede di riesame proposto dalla indagata, con decisione del 28 gennaio 2008 ha parzialmente riformato il provvedimento cautelare, sostituendo gli arresti domiciliari con la misura dell’obbligo di dimora.
Secondo l’imputazione provvisoria riportata nell’ordinanza la LONARDO è accusata di avere, nella sua qualità di presidente del Consiglio regionale della Campania, in concorso con il marito Clemente Mastella (segretario nazionale dell’UDEUR), nonché con Nicola Ferraro (consigliere regionale della Campania) e con Andrea Abbamonte (assessore regionale alle risorse umane della Campania), tutti appartenenti allo stesso partito politico, tentato di costringere Luigi Annunziata, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera San Sebastiano di Caserta, nominato in tale incarico nel dicembre 2005 su indicazione dell’ UDEUR, a sottostare alle indicazioni fornite dai politici del proprio partito nelle scelte da compiere durante la sua attività direttiva.

2. - Il Tribunale ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato contestato, valorizzando una serie di intercettazioni di conversazioni telefoniche avvenute nel periodo gennaio - giugno 2007 tra i vari protagonisti della vicenda, quasi tutti politici, medici e amministratori pubblici: in particolare, oltre all’indagata, a Nicola Ferraro e ad Andrea Abbamonte, si tratta di Fernando Errico e Giuseppe Maisto (entrambi consiglieri regionali UDEUR), nonché di Luigi Annunziata, di Carlo Camilleri (esponente di rilievo dell’ UDEUR nel ter-ritorio campano e consuocero della Lonardo), di Sandro De Franciscis (presidente della Provincia di Caserta), di Massimo Agresti (medico, amico della famiglia Mastella), di Antonio Fantini. Inoltre, sono state prese in considerazione le di-chiarazioni rese da Luigi Annunziata, da Angelo Montemarano (assessore alla sanità della Regione Campania), da Felice Casucci (avvocato e consulente giuridico del Presidente della Regione Campania), da De Falco (neurologo) e da Mi-guel Viscusi (cardiologo).
In particolare, dall’ordinanza si apprende che qualche anno dopo la sua no-mina a direttore generale dell’Azienda Ospedaliera San Sebastiano, nomina voluta dal partito dell’ UDEUR al quale apparteneva, Luigi Annunziata avrebbe dato luogo a qualche malumore fra gli amici di partito, che lo accusavano di eccessiva autonomia nelle scelte di gestione dell’ente. In particolare, non avrebbe soddisfatto le richieste di Nicola Ferraro, che aveva insistito perché come primario ospedaliero fosse nominato un medico di fiducia di suo padre; lo stesso Ferraro, in altre occasioni, avrebbe richiesto di designare un certo Napoletano come capo Ufficio Tecnico e tale Fabio Sgueglia come componente del Nucleo di Valutazione dell’Azienda Ospedaliera.
Ma è la vicenda relativa alla nomina del primario di ginecologia del San Sebastiano che determina le prime vere manifestazioni di ostilità nei confronti dell’Annunziata, colpevole di non avere appoggiato la candidatura del dott. Passaretta, voluto dal Ferraro e dalla LONARDO, procedendo alla nomina del dott. Sergio Izzo, fratello di un parlamentare appartenente ad altra forza politica. Questo atto viene visto dai vertici nazionali e locali dell’ UDEUR, tra cui anche la LONARDO, come una “disobbedienza” inaccettabile, che avrebbe potuto indebolire il partito dal punto di vista politico.
Da qui l’offensiva diretta alla rimozione di Annunziata, attuata anche attraverso una campagna di stampa contraria al direttore generale.
Su iniziativa di Nicola Ferraro viene presentata un’interpellanza consiliare, in via d’urgenza, con cui si chiedono spiegazioni al governo regionale circa il possesso dei requisiti dell’Annunziata per la nomina a direttore generale. La scelta di intraprendere la via dell’interpellanza viene assunta, nella ricostruzione dell’ordinanza, dai rappresentanti locali del partito dell’ UDEUR, tra cui la stessa LONARDO; l’atto viene materialmente predisposto da Andrea Abbamonte e firmato da quasi tutti i consiglieri regionali UDEUR. Tuttavia, la discussione sull’interpellanza, fissata il 17.4.2007, non ha luogo in quanto, sempre secondo quanto ricostruito nell’ordinanza impugnata, la LONARDO e gli altri coindagati preferiscono far giungere all’Annunziata un messaggio di possibile riconciliazione, facendogli intendere, attraverso l’intermediazione di Massimo Agresti e di Felice Casucci, che l’interpellanza può essere ritirata qualora nomini De Falco e Viscusi, entrambi medici “graditi” alla LONARDO, ai posti di primariato di neurochirurgia e cardiologia dell’ospedale San Sebastiano di Caserta.
Anche in questo caso Luigi Annunziata non accetta l’imposizione e in risposta a tale atteggiamento la LONARDO ripropone la discussione dell’interpellanza, che viene fissata per la seduta del 22.5.2007.

3. - I giudici hanno, inoltre, ravvisato le esigenze cautelari nella necessità di effettuare ulteriori investigazioni e di evitare il pericolo di condotte recidivanti.
Infine, hanno ritenuto sussistente il presupposto dell’urgenza, essendo stato il provvedimento cautelare emesso dal G.i.p. del Tribunale di S.M. Capua Vetere ai sensi dell’art. 291 comma 2 c.p.p.

4. - Contro questa ordinanza l’avvocato Titta Madia, difensore di fiducia di Alessandrina LONARDO, ha presentato ricorso per cassazione, deducendo i seguenti motivi.
A) Mancanza assoluta di motivazione in ordine ai motivi posti a fondamento della richiesta di riesame con cui si evidenziava l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza: si lamenta che i giudici del riesame non abbiano preso in minima considerazione, né confutato gli argomenti addotti a difesa dell’indagata, con cui si contestava la sussistenza degli elementi che configurano il reato di concussione, cioè l’esistenza di una minaccia, diretta o indiretta, esplicita o implicita posta in essere dall’indagata, ovvero di un’attività induttiva tesa a coartare l’altrui volontà.
In particolare, nessuna risposta è stata data alle obiezioni circa il rilievo dato ai comportamenti asseritamene illeciti contestati alla LONARDO.
B) Erronea applicazione della legge penale e omessa e contraddittoria mo-tivazione in ordine alla ritenuta sussistenza degli indizi del reato di tentata concussione; viene evidenziato come le condotte contestate all’indagata non possano essere considerate idonee a ritenere la gravità indiziaria in ordine al reato di tentata concussione.
Per quanto riguarda la telefonata del 6.3.2007 si ritiene che non possa essere considerata espressione di una condotta induttiva rivolta a coartare la volontà di Luigi Annunziata, trattandosi di una conversazione con un familiare, in cui l’indagata sfoga il proprio disappunto relativo ad un contrasto politico. L’espressione “lui è un uomo morto” avrebbe un significato metaforico, che andrebbe letto nel senso di “non voglio vederlo”.
In ordine all’incontro con Angelo Montemarano, cui ha partecipato anche Giuseppe Maisto, si sottolinea che comunque si è trattato di una espressione di sfiducia e di disistima manifestata nei confronti di Luigi Annunziata all’interno di un’ordinaria attività politica di esercizio del potere di consigliere regionale.
Con riferimento, inoltre, alla interpellanza consigliare si sottolinea la natura politica dell’atto e l’insindacabilità dello stesso ai sensi dell’art. 122 comma 4 Cost., norma che tutela anche le interpellanze consiliari. L’insindacabilità non riguarda solo l’atto in sé, ma anche le finalità per la quale l’interpellanza viene formulata. In ogni caso, si sostiene che “esprimere nel negoziato politico la forza della propria rappresentanza ovvero dell’esercizio dei propri diritti o dei poteri politici allo scopo di conseguire obiettivi politici non può essere qualificato ille-cito e tantomeno può essere ricondotto al reato di concussione”. L’interrogazione consiliare, così come tutta la condotta contestata nel capo di imputazione, non può essere ricondotta ad una attività concussiva, in quanto espressione dell’esercizio di un potere non sindacabile dal giudice penale.
Si precisa, inoltre, che la LONARDO non può essere chiamata a rispondere di quegli episodi riferiti nel capo di imputazione che riguardano esclusivamente condotte addebitabili a Nicola Ferraro (il riferimento è agli episodi relativi alle pressioni per le nomine di Napoletano, Sgueglia e del medico curante del padre del Ferraro), non essendoci alcun elemento di prova che dimostri che l’indagata abbia sostenuto tali azioni, riferibili solo al coindagato.
Con riferimento all’episodio della nomina di Sergio Izzo, si sottolinea trattarsi dell’episodio che, nella stessa ricostruzione dei giudici, suscita il disappunto della LONARDO, per cui resta del tutto irrilevante ai fini della concussione, mancando condotte induttive precedenti.
Per quanto concerne, poi, la presunta richiesta di nomina ai posti di prima-riato dei medici De Falco e Viscusi, si evidenzia come la difesa della LONARDO abbia sempre rilevato la mancanza di ogni elemento probatorio al riguardo. Nelle telefonate del 18 e del 19 aprile 2007 è lo stesso Luigi Annunziata che riferisce ai suoi interlocutori di aver saputo da Agresti che la LONARDO avrebbe voluto inserire nell’azienda ospedaliera i due medici, ma si tratta di circostanze riferite de relato e che non hanno ricevuto alcun riscontro. Al contrario, è risultato che Annunziata abbia dichiarato che i due medici gli furono segnalati da Felice Casucci, il quale, sentito anch’egli, ha riferito che il nome del De Falco non era stato fatto dalla LONARDO, circostanza confermata dallo stesso De Falco. Inoltre, si rileva che anche Agresti e Viscusi hanno dichiarato che non fu l’indagata a segnalare Viscusi, ma a farlo fu l’Agresti tramite Fernando Errico.
Infine, viene contestata anche la ricostruzione effettuata dai giudici, secon-do cui la pressione sull’Annunziata fu il risultato di un gioco di squadra, mancando in atti gli elementi idonei a dimostrare l’assunto di una responsabilità concorsuale.

5. - In data 19 marzo 2008 l’avvocato Severino Nappi, nell’interesse dell’indagata, ha depositato i seguenti motivi aggiunti.
A) Genericità del capo d’imputazione e violazione dell’art. 292 lett. h) c.p.p.: la genericità della contestazione non consente di individuare in cosa sia consistita la condotta materiale ascritta all’indagata, non comprendendosi né qua-li siano i profili di illiceità collegati alla presentazione dell’interrogazione consiliare, né quali siano state le utilità conseguite, che vengono individuate nel “determinare l’Annunziata a dirigere le sue funzioni in favore degli appartenenti al partito politico dell’ UDEUR”. Inoltre, non vi è accenno ad alcuna situazione di metus in cui si sia trovato l’Annunziata, il quale, invece, ha dato dimostrazione di assoluta autonomia nell’esercizio delle sue funzioni di direttore generale.
B) Inidoneità della condotta ad integrare gli estremi del delitto di tentata concussione: viene rilevato che l’impianto accusatorio si basa sull’interpellanza presentata in Consiglio regionale, ma non tiene conto che si tratta di un atto politico, che non riveste i caratteri dell’abuso della qualità o dei poteri richiesti dall’art. 317 c.p.
L’altro elemento presente nell’imputazione è quello della campagna di stampa, ma posto che non si rinviene alcun elemento che dimostri che la LO-NARDO abbia in qualche modo partecipato ad azioni di questo tipo, viene sottolineato come neppure in astratto sia configurabile una forma di concussione attuata con simili mezzi, prescindendo dall’abuso delle qualità di pubblico ufficiale.
Inidonea a costituire un possibile elemento del delitto di concussione è anche l’espressione attribuita all’indagata nella telefonata con Carlo Camilleri, in cui avrebbe detto, riferendosi a Luigi Annunziata, “per me è un uomo morto”, in quanto la frase non è stata diretta all’interessato, sicché non si vede come possa avere avuto una qualsiasi incidenza sulla libertà di autodeterminazione dell’Annunziata stesso, posto che non risulta che questi l’abbia appresa successivamente dal Camilleri o da altri.

6. - In data 27 maggio 2008 l’avvocato Titta Madia ha depositato una memoria difensiva, in cui dopo aver premesso che l’indagata è stata rimessa in libertà, ha precisato che persiste l’interesse al ricorso ai fini dell’art. 314 n. 2 c.p.p.
Inoltre, ha ribadito il contenuto dei motivi dei ricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

7. - Deve premettersi che in data 3 febbraio 2008 l’indagata è stata definitivamente rimessa in libertà a seguito del provvedimento con cui il G.i.p. del Tribunale di Napoli ha dichiarato l’inefficacia della misura dell’obbligo di dimora disposta dal Tribunale del riesame - sostitutiva degli arresti domiciliari che erano stati disposti dal G.i.p. di S.M. Capua Vetere, successivamente dichiaratosi incompetente - non avendo il pubblico ministero di Napoli avanzato alcuna richiesta al giudice competente per territorio, ai sensi dell’art. 27 c.p.p. Tuttavia deve escludersi che sia sopravvenuta una carenza di interesse al ricorso, in quanto il difensore di fiducia dell’indagata ha espressamente dichiarato che l’impugnazione proposta è funzionale all’attivazione del procedimento di riparazione per l’ingiusta detenzione, ai sensi degli artt. 314 e seg, c.p.p., con riguardo al periodo di detenzione subito per effetto della misura coercitiva inizialmente disposta. Pertanto, in questa sede l’esame del ricorso sarà necessariamente limitato alla verifica della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, la cui eventuale mancanza potrebbe giustificare il diritto all’equa riparazione per l’ingiusta detenzione subita.

8. - Nel merito si osserva che dalla lettura dell’imputazione provvisoria e dalla stessa ordinanza impugnata i fatti che vengono addebitati alla LONARDO riguardano esclusivamente l’episodio relativo al tentativo di far nominare De Falco e Viscusi ai posti di primariato di neurochirurgia e cardiologia dell’ospedale San Sebastiano. Gli altri episodi menzionati nei numeri 3), 4) e 5) dell’imputazione, che peraltro sono contestati dalla difesa, non costituiscono fatti attribuiti alla LONARDO, ma nell’impostazione dell’accusa rappresentano altrettanti casi in cui l’Annunziata non avrebbe recepito le indicazioni provenienti dal suo partito di riferimento, fatti evocativi di un sistema di controllo da parte di alcuni appartenenti all’UDEUR nelle nomine della sanità campana, rispetto ai quali tuttavia non sono stati addotti elementi che dimostrino il diretto coinvolgimento dell’indagata. Lo stesso può dirsi per l’episodio della mancata nomina di Passaretta, a cui fa riferimento Annunziata nella dichiarazione del 2.11.2007, in ordine al quale l’ordinanza non fornisce alcun ulteriore elemento probatorio indicativo della condotta tenuta dall’indagata in tale occasione.
Si tratta comunque di episodi che, nella struttura del provvedimento impugnato, contribuiscono a dimostrare la forte pressione cui è stato sottoposto l’Annunziata da alcuni esponenti del suo partito, pressione finalizzata a far sì che venissero nominati i medici di volta in volta indicati. Ciò emerge dalle numerose intercettazioni telefoniche di cui l’ordinanza ha dato conto e dalle dichiarazioni dello stesso Annunziata.
In questo contesto si inseriscono le pressioni dirette e indirette poste in essere Ball’ indagata.
Viene messo in evidenza come la LONARDO fosse stata “delusa” in precedenza dell’Annunziata per la mancata nomina di Antonio Passaretta quale facente funzioni di primario presso il reparto di ginecologia; nella deposizione del 2.11.2007 Annunziata, oltre a riferire che l’indagata in tale occasione lo avrebbe insultato, chiamato “delinquente”, ha raccontato dei suoi vani tentativi volti addirittura a negare di avere effettuato la nomina di lzzo al posto di Passaretta, descrivendo una situazione in cui la nomina di un medico non “segnalato” dal partito di appartenenza viene percepita come un atto talmente “grave”, dalle conseguenze politiche temibili, da dovere essere negato fino in fondo.
Inoltre, si evidenzia come dalla telefonata intercettata il 6.3.2007 tra LONARDO e Camilleri risulti un obiettivo “scontento” da parte della prima per la condotta dell’Annunziata, che viene ritenuto “politicamente morto”, perché in qualità di direttore generale dell’ospedale non sarebbe stato a “disposizione”.
Ancora, i giudici danno molto rilievo all’incontro tra il Montemarano, assessore alla sanità della Regione Campania, e la LONARDO, in cui quest’ultima manifestò l’intenzione di rimuovere l’Annunziata dal suo incarico, chiedendo come potesse essere realizzato tale obiettivo dal punto di vista tecnico: nell’ordinanza tale circostanza risulta confermata dalle stesse dichiarazioni rese da Montemarano, nonché dalla telefonata intercettata il 27.3.2007 tra Maisto e Annunziata.

9. - I giudici del riesame hanno giustamente valorizzato la calendarizzazio-ne dell’interpellanza contro Annunziata: secondo i giudici si tratterebbe di una “calendarizzazione strumentale al perseguimento di interessi non istituzionali”, in quanto diretta a verificare la possibilità di un cambiamento nell’atteggiamento dell’Annunziata, al quale viene proposto il ritiro dell’interrogazione qualora accetti di nominare i due medici graditi alla LONARDO, De Falco e Viscusi. L’ordinanza evidenzia come la condotta contestata presupponga “un atto di obbedienza da parte dell’Annunziata” che avrebbe dovuto sottostare ad una indebita interferenza nelle sue competenze e come sia evidente la strumentalizzazione dell’interpellanza, atto deviato nella sua funzione e volto ad esercitare un condizionamento nelle scelte del direttore generale in ordine alla struttura cui era preposto.
Nel ricorso si esclude che vi siano elementi in atti che dimostrino un tale interessamento dell’indagata per la nomina dei due medici, ma deve osservarsi, al contrario, che l’ordinanza del Tribunale ha evidenziato e bene motivato in ordine alle “prove” acquisite. Che la LONARDO volesse imporre la nomina dei due medici De Falco e Viscusi non risulta solo dalle telefonate intercettate in data 18 e 19 aprile 2007, come assumono i difensori, ma dalle stesse dichiarazioni dell’Annunziata rese in data 2.11.2007. In tale occasione l’Annunziata ha confermato in pieno il contenuto della conversazione intercettata il 18.4.2007 con il De Franciscis, conferma alla quale i giudici attribuiscono particolare significato per valutare la credibilità del dichiarante, in quanto è avvenuta prima che nel corso della deposizione fosse messo a conoscenza della stessa telefonata intercettata. Una diversa valutazione viene invece riservata alle dichiarazioni di Casucci e di Agresti: in particolare, secondo i giudici, quest’ultimo “tenta di ridurre al massimo il suo coinvolgimento nei fatti”, pur ammettendo il suo intervento come “mediatore”. E’ evidente come nella ricostruzione dei fatti contenuta nell’ordinanza e, conseguentemente, nella valutazione degli indizi di colpevolezza assumano un ruolo fondamentale proprio le dichiarazioni dell’Annunziata, che rappresenta la principale fonte d’accusa a carico dell’indagata, fonte pienamente credibile per i giudici.
Pertanto, non può condividersi quanto affermato dalla difesa della ricorrente, secondo cui la telefonata del 18.4.2007, in cui Annunziata riferisce al De Franciscis il contenuto di una conversazione avuta con Agresti, conterrebbe una dichiarazione de relato di una circostanza appresa de relato e come tale inidonea a fondare un giudizio di gravità indiziaria. Invero, si tratta di una “testimonianza” indiretta, che non soggiace alla regola di esclusione probatoria contenuta nell’art. 273 comma 1-bis c.p.p., in quanto nel caso di specie l’Annunziata, nella ricordata deposizione, ha puntualmente indicato la persona (Agresti) da cui ha appreso la notizia relativa all’interessamento della LONARDO per la nomina dei due medici. Di conseguenza, deve ritenersi che correttamente i giudici del riesame hanno utilizzato tale dichiarazione a carico dell’indagata e, dopo averla riscontrata con l’intercettazione del 18.4.2007, l’hanno ritenuta pienamente credibile, sulla base di una motivazione che, in quanto logica e coerente, non può essere oggetto di contestazione nel merito in sede di legittimità.
D’altra parte, si tratta di una giudizio cautelare, in cui il materiale probatorio non è ancora stabilizzato, per cui non può in questa sede prendersi in esame quanto dedotto dalla ricorrente in ordine a possibile millanterie di terze persone che avrebbero parlato a suo nome: di ciò nell’ordinanza impugnata non vi è traccia, per cui resta un argomento difensivo, che potrà essere speso in altro momento.

10. - In base ai fatti così come ricostruiti, attraverso uno sviluppo motiva-zionale che non presenta incongruenze ovvero salti logici, deve riconoscersi che sussistono i gravi indizi di colpevolezza richiesti dall’art. 273 c.p.p. in relazione all’ipotizzato reato di tentativo di concussione, tenendo presente che nell’accertamento incidentale de libertate “il convincimento giudiziale è esposto al flusso continuo di conoscenze (...) suscettibili di accrescersi ed evolversi con l’apporto di ulteriori informazioni che stimolano la continua verifica della capacità dell’ipotesi accusatoria di resistere a interpretazioni alternative”. Ancora recentemente le Sezioni unite di questa Corte hanno precisato che “la qualifica di gravità che deve caratterizzare gli indizi di colpevolezza attiene al quantum di prova idoneo ad integrare la condizione minima per l’esercizio, sulla base di un giudizio prognostico di responsabilità, del potere cautelare, che non può che riferirsi al grado di conferma, allo stato degli atti, dell’ipotesi accusatoria, e ciò a prescindere dagli effetti, non ancora apprezzabili, eventualmente connessi alla dinamica della prova nella successiva evoluzione processuale” (Sez. un., 30 maggio 2006, n. 36267, P.G. in proc. Spennato). A questi criteri si sono attenuti i giudici del riesame.

10.1. - La concussione richiede, come è noto, che il pubblico ufficiale abusi della sua qualità o dei suoi poteri per costringere o indurre taluno a dare o a promettere indebitamente denaro o altra utilità.
Nessun dubbio in ordine alla qualifica soggettiva dell’indagata, dal momento che all’epoca dei fatti era presidente del Consiglio della Regione Campania e in tale veste ha posto in essere la condotta incriminata.
I difensori dell’indagata contestano, però, che ricorra la condotta di abuso cui si riferisce l’art. 317 c.p. Invero, si osserva che nella specie tale requisito è rappresentato dall’uso che la LONARDO ha fatto dei suoi poteri di presidente del Consiglio regionale nella calendarizzazione della discussione dell’interpellanza avente ad oggetto la regolarità della nomina dell’Annunziata a direttore generale dell’ospedale San Sebastiano, un uso strumentale che si rivela soprattutto nella decisione, di competenza del presidente dell’assemblea regionale, di rinviare la discussione dal 17.4.2007 al 22.5.2007, rinvio funzionale ad operare, indirettamente, una pressione sull’Annunziata al fine di ottenere la nomina dei due medici. I giudici del riesame hanno bene evidenziato, attraverso il riferimento a precisi elementi probatori, da un lato le ragioni che hanno ispirato la presentazione dell’interpellanza, dall’altro la funzione che avrebbe dovuto avere il concesso rinvio della discussione. Quanto al primo punto, risulta evidente come l’interpellanza abbia rappresentato la risposta alle condotte dell’Annunziata per non aver “ottemperato” ai dicta del partito che lo aveva voluto al vertice dell’azienda ospedaliera di Caserta: l’atto ispettivo è stato presentato dal Ferraro, materialmente redatto dall’Abbamonte, sottoscritto da quasi tutti i consiglieri regionali dell’UDEUR e corrisponde alle intenzioni della stessa LONARDO, che in più occasioni aveva manifestato la volontà di “defenestrare” il direttore generale del San Sebastiano. In sostanza, si tratta di un atto che è maturato all’interno del gruppo dell’UDEUR, pienamente condiviso dall’indagata, funzionalmente diretto ad esercitare una concreta pressione sulle determinazioni future del direttore generale per indurlo a considerare le indicazioni provenienti dal suo partito.
Che non si tratti solo di un atto sanzionatorio di carattere politico, ma che sia invece proteso ad ottenere una qualche immediata utilità lo si deduce, nella coerente ricostruzione dei giudici di merito, dall’altro elemento preso in esame, quello relativo alle ragioni del rinvio o meglio del provvisorio ritiro dell’interpellanza. Ebbene, il rinvio della discussione rivela la sua vera funzione, quella di mettere alla prova l’Annunziata, in un momento in cui stava subendo una forte pressione e il suo stesso incarico di direttore generale era messo in discussione dalla interpellanza che incombeva su di lui. E’ in questa fase che l’indagata interviene, tramite gli intermediari Casucci e Agresti, per indurre Annunziata a nominare i due medici ospedalieri, ponendo come contropartita il ritiro dell’interpellanza: scrivono efficacemente i giudici di merito che la riappacificazione con la LONARDO, che viene proposta all’Annunziata dal Casucci, può verificarsi solo “mediante un atto di obbedienza” del direttore generale, sottostando cioè all’indebita interferenza nelle sue competenze.
Si tratta di una ricostruzione in cui appaiono tutti gli elementi costitutivi del reato di concussione.
L’abuso è consistito nella strumentalizzazione da parte dell’indagata dei suoi poteri quale presidente del Consiglio della Regione Campania: in tale veste ha esercitato in maniera distorta le attribuzioni del suo ufficio, piegandone le finalità e gli obiettivi per il perseguimento di interessi particolari, estranei all’interesse pubblico, peraltro violando i principi di imparzialità e di buon andamento dell’amministrazione pubblica posti, in primo luogo, dall’art. 97 Cost. Sia la presentazione dell’interpellanza, alla quale la LONARDO ha dato il suo contributo a titolo di concorso con altre persone, sia il rinvio della discussione sono condotte caratterizzate da un evidente sviamento di potere, in quanto dirette non a verificare effettivamente la sussistenza dei requisiti per la nomina dell’Annunziata all’incarico di direttore generale, ma poste in realtà all’esclusivo fine di condizionare l’attività dello stesso Annunziata, costringendolo a nominare persone gradite al partito. Lo sviamento di potere al quale si fa riferimento prescinde dalla possibilità di inquadrare la condotta dell’agente in un atto amministrativo, così come pretenderebbe la difesa della ricorrente, in quanto la condotta abusiva non deve coincidere necessariamente né con un atto amministrativo, né con uno dei vizi tipici di esso. In questo caso, lo sviamento, inteso come uso distorto del potere, costituisce il dato sintomatico della presenza dell’abuso richiesto dalla norma incriminatrice.
Destituito di ogni fondamento è il motivo con cui la ricorrente eccepisce l’insindacabilità dell’interpellanza consiliare, invocando l’art. 122 comma 4 Cost. A questo proposito deve innanzitutto ribadirsi quanto detto in precedenza e cioè che ai fini della sussistenza del reato non assume rilievo l’atto in sé, sia esso legittimo o illegittimo, ma solo l’abuso della qualità o delle funzioni (Sez. I, 16 giugno 1986, n. 2700, A.A.). Nel delitto di concussione, l’abuso dei poteri da parte dell’agente e la conseguente induzione della vittima a dare o a promettere denaro o altra utilità prescinde totalmente dalla legittimità o meno dell’attività compiuta, in quanto il requisito oggettivo del reato può essere integrato anche attraverso un atto d’ufficio legittimo e doveroso, ma realizzato per conseguire fini illeciti, in violazione dei principi di buon andamento ed imparzialità della pubblica amministrazione (Sez. Il, 16 ottobre 2007, n. 45993, Cuccia).
In altri termini non è in questione il contenuto dell’interpellanza e, quindi, la sua sindacabilità o meno, ma la complessiva condotta dell’indagata, rivolta ad ottenere un’utilità tramite l’induzione realizzata con la presentazione dell’interpellanza. Per questi motivi, nel caso in esame, non viene in considerazione l’art. 122 comma 4 Cost., che tutela la funzione dei consiglieri regionali in relazione alle opinioni espresse e ai voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

10.2. - Inoltre, deve ritenersi sussistente, sempre a livello di gravità indiziaria, anche l’attività di induzione. Questa non è vincolata a forme tassative, in quanto rileva solo il comportamento del pubblico ufficiale che sia caratterizzato da un abuso dei suoi poteri che valga ad esercitare una pressione psicologica sulla vittima, convincendola della necessità di dare o promettere denaro o altra utilità, per evitare conseguenze dannose. La giurisprudenza individua l’induzione in relazione a contegni e comportamenti molteplici, quali l’esortazione, la sollecitazione, la persuasione, gli impliciti messaggi comportamentali, i silenzi: si ha induzione quando il soggetto viene posto in uno stato di soggezione psicologica, comunque creata e dipendente dall’abuso della funzione, che lo determini a dare o a promettere pur di evitare un male (tra le tante v., Sez. VI, 1 ottobre 2003, n. 49538, RG. in proc. Bertolotti).
Nella specie, i “messaggi comportamentali” sono giunti all’Annunziata da più parti: ma sia il capo di imputazione, che l’ordinanza del Tribunale individuano nell’uso distorto dell’interpellanza la condotta con cui l’indagata, in concorso con altri, ha tentato di indurre Annunziata a nominare i due medici. Sia la presentazione, che il momentaneo ritiro dell’interpellanza costituiscono, come già si è detto, l’elemento materiale della condotta contestata.

10.3. - Presente nella fattispecie concreta è anche il requisito della indebita dazione o promessa di “altra utilità”, concetto che comprende tutto ciò che può rappresentare per la persona un vantaggio oggettivamente apprezzabile. Nella specie, il vantaggio è rivolto anche a terzi, cioè ai medici - estranei all’attività abusiva posta in essere dall’indagata - e avrebbe dovuto consistere nell’assicurare la loro nomina ai posti di primariato nell’ospedale di Caserta; ma soprattutto vi è anche una utilità diretta per la LONARDO e per gli altri concorrenti nel reato, che attraverso nomine di persone di propria fiducia nel campo sanitario potevano rafforzare la presenza del loro partito nelle istituzioni pubbliche, perpetuando una politica di occupazione e di spartizione clientelare nei posti di responsabilità nelle pubbliche amministrazioni, secondo criteri di appartenenza politica e non di competenza tecnica. E’ questa l’utilità che secondo i giudici del riesame ha perseguito l’indagata e la circostanza che non si trattasse di una utilità esclusivamente personale, bensì rivolta al perseguimento di una finalità per così dire “politica” non fa venire meno il reato di concussione, per carenza dell’elemento della dazione o della promessa.
La giurisprudenza di questa Corte ritiene che in tema di concussione l’espressione “altra utilità” di cui all’art. 317 c.p. ricomprende qualsiasi bene che costituisca per il pubblico ufficiale (o per un terzo) un vantaggio, non necessariamente economico, ma comunque giuridicamente apprezzabile; tale utilità quindi può consistere in un “dare”, in un “facere”, in un vantaggio di natura patrimoniale o non patrimoniale, purché sia ritenuto rilevante dalla consuetudine o dal comune convincimento (Sez. VI, 9 gennaio 1997 n. 1894, Raimondo; Sez. VI, 11 novembre 1998, n. 3513, Plotino). Nell’ampiezza dell’accezione viene ricompreso anche il vantaggio di natura politica ed infatti si è ritenuta la concussione in un caso in cui l’agente aveva ottenuto di liberarsi di un proprio avversario politico, provocandone le dimissioni con la minaccia di farlo licenziare utilizzando la capacità d’induzione, connessa con la funzione pubblica esercitata (Sez. VI, 1 febbraio 2006, n. 21991, P.G. in proc. Plotino).
Tale tipo di utilità non coincide con il vantaggio di natura istituzionale, che esclude la sussistenza del reato in quanto la prestazione, promessa od effettuata dal soggetto passivo a seguito di induzione o costrizione da parte dell’agente, giova esclusivamente alla pubblica amministrazione e persegue esclusivamente i fini istituzionali di questa, poiché in tal caso non si determina lesione per l’oggetto giuridico del reato, costituito dal buon andamento della stessa amministrazione (Sez. VI, 25 settembre 2001 n. 45135, Riccardi; Sez. VI, 27 marzo 2003 n. 31978, Molosso).
In ogni caso, nella specie non emergono elementi per scorgere finalità istituzionali nelle condotte contestate: l’utilità che si voleva ottenere era di tipo indebito, in quanto rivolta a compromettere lo stesso oggetto del bene tutelato dalla norma incriminatrice (art. 317 c.p.), che è il regolare funzionamento della pubblica amministrazione, sotto il profilo del buon andamento e dell’imparzialità, così come prescrive l’art. 97 Cost.

10.4. - Nessun dubbio, infine, sulla configurabilità del tentativo. E’ infatti pacifico che si configuri un’ipotesi di concussione nelle forme del tentativo tutte le volte in cui il pubblico ufficiale abbia compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere o ad indurre taluno a dare o a promettere denaro o altra utilità, ma senza che si verifichi lo sperato stato di soggezione della vittima. Ciò che rileva, anche in punto di accertamento della sussistenza dei gravi indizi, è la verifica della effettiva ed oggettiva idoneità intimidatoria della condotta del pubblico funzionario, restando indifferente per la configurabilità del tentativo il conseguimento del risultato di porre in stato di soggezione o di timore il soggetto concusso (Sez. VI, 5 febbraio 1996, n. 3022, Arigliano; Sez. VI, 29 settembre 2000, n. 12047, Salvatore).
Nel caso in esame la vittima ha resistito alle pressioni esercitate nei suoi confronti dalla condotta induttiva posta in essere dal pubblico ufficiale, induzione che deve considerarsi astrattamente idonea in concreto a coartare la psiche della vittima, tenuto conto delle caratteristiche dell’azione, dell’ambiente in cui è stata posta in essere e dei soggetti che vi hanno concorso, tutti personaggi di rilievo politico, locale e nazionale.

11. - In conclusione, i motivi con cui i difensori hanno contestato la sussistenza dei gravi indizi a carico dell’indagata, in ordine al reato di cui agli artt. 110, 56, 81 cpv. e 317 c.p., devono considerarsi tutti infondati.
Di conseguenza il ricorso deve essere rigettato, con la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P. Q. M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 19 giugno 2008

Il Consigliere estensore - Giorgio Fidelbo
Il Presidente - Giorgio Lattanzi

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permalink | inviato da SimoneS il 30/8/2008 alle 18:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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